“Ho denunciato il racket di Ostia, ora lo Stato mi presenta il conto”: il caso di Michael Cardoni

Dopo aver denunciato il racket delle case popolari di Ostia e contribuito alle condanne del clan Spada, Michael Cardoni si ritrova a dover pagare migliaia di euro per l’alloggio che aveva restituito allo Stato

I carabinieri di Ostia

Ho denunciato il racket di Ostia, ora lo Stato mi presenta il conto”. Con queste parole, Michael Cardoni, collaboratore di giustizia e testimone chiave contro il clan Spada, rompe il silenzio e racconta sui social e a Canaledieci la sua storia. Una storia che intreccia coraggio e solitudine, legalità e abbandono. Quella di un uomo che ha scelto di ribellarsi a un sistema e che oggi si trova a fare i conti – in senso letterale – con lo Stato che aveva deciso di servire.

Dopo aver denunciato il racket delle case popolari di Ostia e contribuito alle condanne del clan Spada, Michael Cardoni si ritrova a dover pagare migliaia di euro per l’alloggio che aveva restituito allo Stato

Per capire la sua scelta, bisogna guardare al suo passato. Michael Cardoni è il figlio di Massimo Cardoni, gambizzato nel 2015 in un agguato legato agli equilibri criminali del litorale romano, e il nipote di Giovanni Galleoni, detto “Baficchio”, storico esponente della mala di Ostia ucciso nel 2011 insieme a Francesco Antonini, alias “Sorcanera”. Una famiglia segnata da anni di violenza e faide, da cui Michael ha deciso di prendere le distanze scegliendo di collaborare con la giustizia.

Nel 2015, e ufficialmente dal 2016, Cardoni e la moglie Tamara Ianni decisero di denunciare il racket di estorsioni e violenze che controllava le case popolari di Ostia. Da vittime del sistema, divennero collaboratori fondamentali per la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che grazie alle loro testimonianze ricostruì il potere del clan Spada nel quartiere, culminato con sette condanne confermate in Cassazione con cinquanta anni di carcere complessivi.

Michael Cardoni e Tamara Ianni da sempre ritenuti attendibili

I giudici definirono le dichiarazioni della coppia “coerenti, credibili e convergenti”. Il loro coraggio contribuì a spezzare un meccanismo che da anni imponeva sfratti forzosi, occupazioni pilotate e pagamenti estorsivi in cambio di alloggi popolari.

Ma a quasi dieci anni di distanza, la vita di Michael Cardoni e della sua famiglia non è quella che immaginavano. Da quando ha iniziato la collaborazione, l’uomo ha vissuto in dieci case diverse, sempre sotto identità fittizie, spostandosi da una località segreta all’altra con la moglie e i tre figli. Nuovi nomi, nuove scuole, nuove abitudini: una vita sospesa, sempre all’ombra del rischio.

E i rischi, in effetti, non si sono mai del tutto fermati

Nell’ottobre del 2018, i genitori di Tamara Ianni finirono nel mirino di un attentato: due ordigni artigianali furono lanciati contro il balcone della loro abitazione, e uno dei due esplose. L’episodio, mai pienamente chiarito, mise in luce quanto la scelta della figlia di collaborare con la giustizia avesse esposto anche la famiglia a possibili ritorsioni.

In quell’occasione, il padre di Tamara dichiarò ai cronisti: “Avremmo potuto aiutarla noi, così ci ha messo in un mare di guai”. Parole che fotografano il peso umano e le divisioni che spesso accompagnano chi decide di denunciare il malaffare.

Eppure, racconta Michael Cardoni, la protezione promessa si è rivelata “insufficiente e deludente”. “Il Servizio Centrale di Protezione – spiega Cardoni – ci ha lasciati soli. Ritardi, rifiuti, gestione superficiale. Dopo anni di denunce e sacrifici, ci ritroviamo senza certezze, con spese da affrontare e un futuro che nessuno vuole prendersi la responsabilità di garantire“.

“Mi chiedono soldi per la casa restituita”

La vicenda ha assunto contorni paradossali quando, pochi mesi fa, lo Stato ha chiesto a Cardoni di pagare decine di migliaia di euro per la casa popolare di Ostia che lui stesso aveva restituito ai Carabinieri nel 2016, all’inizio della collaborazione. “Mi chiedono tasse e spese per una proprietà che non mi appartiene più – denuncia –. È come se la mia scelta di legalità fosse diventata un debito. Dopo tutto quello che abbiamo dato, questa è una ferita che fa più male di qualsiasi minaccia“.

Sul suo profilo social, Michael ha poi puntato il dito contro il silenzio delle istituzioni e di molti che in passato lo avevano sostenuto: “Giornalisti, associazioni antimafia, politici. Tutti si sono allontanati. Forse per paura, forse perché è più comodo non vedere”.

L’ultimatum

E lancia un ultimatum: “Se nessuno interverrà concretamente, saremo costretti a tornare a Ostia e a riprenderci quella casa. Non voglio ritrovarmi in mezzo a una strada”.

Un gesto simbolico ma anche disperato, che riaccende i riflettori su una domanda che da anni accompagna i casi dei collaboratori di giustizia: che fine fanno, una volta chiusi i processi? Chi si occupa realmente del loro reinserimento, della loro sicurezza, della loro dignità quotidiana?

La storia di Michael Cardoni, nato e cresciuto in una delle aree più difficili di Ostia, è anche la fotografia di un paradosso italiano: chi denuncia la mafia spesso resta solo. Lo Stato chiede coraggio, ma non sempre restituisce protezione.

Non cerco privilegi – chiarisce –. Voglio solo che sia riconosciuto il nostro sacrificio, che ci venga garantita una protezione reale e che siano tolti gli oneri a chi ha già pagato un prezzo altissimo”.