Colonnello condannato per abusi su minori: la Corte d’Appello di Roma conferma 8 anni

La Corte d’Appello ribadisce la responsabilità dell’ex ufficiale: usava l’auto sportiva per adescare le vittime. Le famiglie si fidavano, i ragazzi erano terrorizzati

Foto di archivio

Nessuno sconto o ribaltamento della pena: è stata confermata in pieno dalla Corte d’Appello di Roma la condanna a otto anni di reclusione per un ex colonnello dell’Esercito Italiano, romano e oggi 58enne, accusato di gravi abusi sessuali su minori. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2018 e il 2021 e riguardano due adolescenti, all’epoca di 12 e 14 anni, figli di conoscenti dell’ufficiale allora in servizio con una posizione di vertice a Roma.

La Corte d’Appello ribadisce la responsabilità dell’ex ufficiale: usava l’auto sportiva per adescare le vittime. Le famiglie si fidavano, i ragazzi erano terrorizzati

Il colonnello, ora sospeso dal servizio, era stato arrestato nel marzo del 2021 dopo un’indagine della squadra mobile di Roma.

È proprio grazie a un’azione di monitoraggio e a una microspia piazzata nella sua automobile che le forze dell’ordine hanno potuto documentare uno degli episodi di violenza, avvenuto all’interno della sua auto sportiva, usata spesso per attirare i ragazzi con la scusa di un passaggio o di un premio.

La pubblica accusa, guidata dalla pm Daniela Cento, in primo grado aveva chiesto una pena ancora più severa – dieci anni di carcere – ma i giudici hanno optato per una condanna a otto anni, ora confermata dalla Corte di Appello.

Il colonnello si presentava come uno “zio”

Il colonnello si presentava come una figura rassicurante: amico di famiglia, ben inserito nel contesto sociale, disponibile ad aiutare i ragazzi nei compiti, ad accompagnarli in palestra o al campetto. Veniva visto quasi come uno “zio buono”, che apriva le porte della propria casa, offriva svaghi e mostravasi sempre premuroso. Una maschera ben costruita, che celava invece un comportamento predatorio e sistematico.

Le molestie

Secondo le indagini, avrebbe anche ideato tecniche di “approccio” difficilmente sospettabili: tra queste, la “prova della postura”, che prevedeva di far stare i ragazzi con la schiena dritta e i muscoli contratti, per poi toccarli con la scusa di controllare.

Altre volte, le molestie venivano giustificate come controlli sulla crescita fisica. Le contestazioni riguardano almeno tre casi accertati, compresi alcuni episodi avvenuti a Porto Rotondo, in Sardegna.

Il processo ha messo in luce anche le pesanti ripercussioni psicologiche subite non solo dai minori, ma dalle famiglie intere. Un legale di parte civile, l’avvocato Fabio Belardi, ha raccontato come uno dei genitori delle vittime sia morto durante il procedimento, colpito da una malattia sopraggiunta nel periodo più duro del processo.

L’unico posto in cui certe persone devono stare è il carcere, il più a lungo possibile”, ha dichiarato in aula il legale Elisabetta Perugini, rappresentante di una delle famiglie.

Va sottolineato che la condanna, pur confermata in appello, non è ancora definitiva: l’imputato potrà ricorrere in Cassazione.