A tre anni dalla morte di Fabio Palotti, l’ascensorista 39enne di Torre Spaccata rimasto ucciso in un tragico incidente sul lavoro alla Farnesina, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque indagati.
Per l’ascensorista morto alla Farnesina la procura di Roma punta il dito contro cinque persone coinvolte nella gestione della sicurezza
Si chiude così una fase delicata e complessa dell’inchiesta, che avrebbe rivelato falle nella gestione della sicurezza sul luogo di lavoro — molto più gravi di quanto potesse suggerire la drammaticità , in apparenza lineare, dell’incidente.
La dinamica dell’incidente: nessun cartello, nessuna segnalazione
È il 27 aprile di tre anni fa. Fabio Palotti si trova all’interno del vano ascensore, impegnato in un intervento di manutenzione all’interno del Ministero degli Esteri.
In un momento cruciale, l’ascensore viene attivato da un ignaro dipendente della Farnesina: nessun avviso segnalava infatti che fossero in corso dei lavori sull’impianto.
Palotti, che aveva appena riattivato il sistema sbloccando la leva apposita, sarebbe poi risalito sulla parte superiore della cabina per recuperare il cellulare.
Ma proprio in quel momento, l’ascensore è partito, schiacciandolo contro la parete dell’intercapedine. Una morte atroce. E, come hanno stabilito le indagini, tutt’altro che una fatalità .
Cinque indagati, tutti a processo
Secondo la ricostruzione dei magistrati, nessuno dei cinque soggetti sotto indagine si sarebbe preoccupato di verificare che Palotti fosse formato adeguatamente per l’intervento che stava svolgendo.
Un’omissione pesantissima, dato che proprio quel tipo di attività richiede formazione specifica, piani di sicurezza e autorizzazioni formali.
Tra gli indagati ci sono Marianna P., responsabile del servizio di prevenzione e protezione del Ministero; Carlo A., amministratore della Smae Ascensori, la ditta subappaltatrice della manutenzione; Giuseppe N., funzionario del Ministero degli Esteri; Emilio I., rappresentante legale del consorzio vincitore dell’appalto; e Fabrizio M., in rappresentanza dell’azienda capofila del consorzio.
La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti con l’accusa di omicidio colposo.
Una catena di negligenze lunga e inquietante
Le indagini, condotte dai carabinieri della stazione di Ponte Milvio, hanno fatto emergere una serie di gravi mancanze. A cominciare dalla più macroscopica: il documento di valutazione dei rischi (DVR) non era mai stato redatto, nonostante sia obbligatorio per legge in ogni contesto lavorativo dove siano previste attività a rischio.
Ma non solo: Fabio Palotti lavorava con un certificato medico di abilitazione scaduto da due anni, e al momento dell’incidente non esisteva un piano di sicurezza dedicato all’intervento che stava eseguendo.
La situazione si aggrava ulteriormente con un elemento inquietante: quando i carabinieri hanno chiesto a Carlo A. di produrre il certificato di abilitazione alla manutenzione impianti della sua azienda, l’uomo avrebbe fornito un documento falso, mai rilasciato dalla Prefettura.


















