Crik Crok di Pomezia a rischio chiusura, i sindacati: “Chiarezza su concordato preventivo e futuro lavoratori”

Nuova procedura di concordato preventivo per la Crik Crok di Pomezia che rischia di fallire. I sindacati vogliono certezze per i dipendenti e la salvaguardia dello stabilimento

Stato di agitazione dei lavoratori della Crik Crok di Pomezia

La vertenza Crik Crok di Pomezia –  comune a pochi chilometri da Roma – si infiamma. Dopo l’annuncio di un possibile investitore e l’apertura di una nuova procedura di concordato preventivo, le sigle sindacali Fai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil alzano la voce. Chiedono risposte concrete e immediate per i lavoratori. “Basta annunci, servono certezze!”, tuonano.

Nuova procedura di concordato preventivo per la Crik Crok di Pomezia che rischia di fallire. I sindacati vogliono certezze per i dipendenti e la salvaguardia dello stabilimento

Il celebre marchio di snack che dal 1949 ha accompagnato intere generazioni di italiani rischia di scomparire.

I sindacati esprimono preoccupazione per una situazione che si fa sempre più tesa. La notizia di un nuovo soggetto pronto a subentrare e garantire la continuità aziendale attraverso un concordato preventivo, come dichiarato dalla presidente Francesca Ossani, non li tranquillizza.

Se da un lato viene riconosciuto l’impegno economico messo in campo dalla proprietà in anni difficili, che ha permesso una “relativa tenuta occupazionale”, dall’altro emerge una forte perplessità. “Non possiamo nascondere la sorpresa e la preoccupazione per l’utilizzo del concordato preventivo come strumento di traghettamento verso una nuova acquisizione, ancora priva di dettagli e trasparenza,” si legge in una nota congiunta.

Le ombre sulle scelte manageriali e la richiesta di chiarezza

Il dito viene puntato contro alcune scelte manageriali del passato: “Pur riconoscendo l’impegno economico della proprietà negli ultimi anni difficili – si legge  – non possiamo ignorare che molte scelte manageriali si sono rivelate inefficaci, contribuendo alla grave crisi produttiva in corso”.

La richiesta principale è chiara e forte: trasparenza sull’avvicendamento tra le proprietà, garanzie sulla permanenza dello stabilimento di Pomezia e il mantenimento degli attuali livelli occupazionali.

La preoccupazione è che l’ennesima procedura concorsuale possa prolungare un’agonia già estenuante per i dipendenti.

Crediti dei lavoratori a rischio?

I sindacati chiedono, inoltre, un intervento immediato del Tribunale competente per pronunciarsi sul primo piano di concordato già presentato, per evitare sovrapposizioni procedurali che rischiano di lasciare nell’incertezza lavoratori e fornitori.

Sul tavolo anche il nodo dei crediti maturati dal personale e della mancata retrocessione del ramo d’azienda alla società affittante, un passaggio che solleva dubbi su responsabilità giuridiche e retributive

Stato di agitazione dei dipendenti

La situazione rimane critica e l’incertezza è la protagonista. Per questo, FLAI CGIL, FAI CISL e UILA UIL ribadiscono lo stato di agitazione già proclamato e minacciano “ulteriori iniziative di mobilitazione” in assenza di risposte chiare e verificabili in tempi certi.

Il messaggio finale è lapidario: “Il tempo degli annunci è finito. A lavoratrici e lavoratori servono garanzie, non promesse”.

La palla passa ora alla proprietà, al nuovo investitore e alle istituzioni, con i lavoratori Crik Crok che aspettano un segnale forte e concreto per il loro futuro.

La storia della Crik Crok

Fondata da Carlo Finestauri nel 1949 con il nome originario Ica Foods, l’impresa fu tra le pioniere in Italia nella produzione di snack salati, ispirandosi al modello americano introdotto dai militari statunitensi sbarcati nella vicina Anzio.

Tra gli anni ’80 e ’90, Crik Crok divenne un vero e proprio marchio iconico, grazie a prodotti come le innovative “Puff” e le riconoscibili patatine a forma di cuore, e a campagne pubblicitarie che sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo.

Dopo una parentesi sotto la gestione della multinazionale United Biscuits, l’azienda era tornata alla famiglia fondatrice, per poi essere rilevata nel 2018 dall’imprenditrice Francesca Ossani.

Il suo piano di rilancio era ambizioso: puntava su innovazione, con patatine senza glutine e gusti esotici, e sull’espansione nei mercati esteri, arrivando a distribuire in 25 Paesi. Nonostante gli sforzi, tuttavia, la crisi profonda è proseguita, portando oggi alla seconda richiesta di concordato preventivo nel giro di pochi anni.