Il Parco delle Tre Fontane è stato acquistato in via definitiva da Todini Costruzioni ma sull’operazione grava tuttora un’alea di mistero perché la stessa, a termini di piano regolatore, non risulta edificabile.
Il Parco delle Tre Fontane è stato aggiudicato a Todini Costruzioni ma non si capisce perché, trattandosi di un’area tutelata da eventuali colate di cemento
Il 27 ottobre scorso, secondo quanto reso noto da Monitor Legale, Todini Costruzioni Generali si è aggiudicata in via definitiva il compendio Sapam Immobiliare per la cifra di 2.998.000 euro, una superficie di circa 14 ettari situata tra via Laurentina e via Cristoforo Colombo, di proprietà di una società in liquidazione sottoposta a concordato preventivo e storicamente inserita nel gruppo Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone.
Alla procedura competitiva finale hanno preso parte soltanto due soggetti: l’impresa di costruzioni e Roma Capitale che, grazie a un provvedimento ‘fuori sacco’ approvato in fretta e furia dell’Assemblea capitolina, aveva dato mandato di aderire all’offerta minima di 2.728.000 per poter prendere pare alla fase conclusiva dell’asta con un incremento del 10% rispetto all’aggiudicazione provvisoria attribuita a Todini Costruzioni.
Come sottolineano gli esperti di LaBur, Laboratorio di Urbanistica, il passaggio di proprietà dell’area ex Sapam alla società aggiudicataria si perfezionerà con la stipula del rogito notarile, mentre il verbale d’asta attende ancora di essere formalmente acquisito agli atti.
Motivazioni oscure dietro la controfferta del Campidoglio
Ma, al di là dei formalismi burocratici, l’esito della contesa ribalta apertamente la narrazione propagandata alla città nelle ultime settimane dall’Assessore all’Urbanistica, Maurizio Veloccia. Presentata in Campidoglio come un’operazione d’urgenza per “salvare l’area dal cemento” e regalare alla città un futuro da parco urbano, la discesa in campo del Comune si è risolta in un netto fallimento economico e politico.
A rivelare tutte le contraddizioni narrative, procedurali e urbanistiche dell’operazione, rimarca LaBur, è la deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 158 del 20 ottobre scorso.
L’analisi puntuale mostrerebbe, infatti, una partita giocata sul filo dei centesimi. Dopo l’aggiudicazione provvisoria alla Todini Costruzioni Generali per 2,48 milioni di euro, la procedura imponeva un rilancio minimo del 10%, fissando la base della seduta del 27 ottobre a 2.728.000 euro.
La sfida tra l’impresa e il Comune si è così consumata su una forchetta d’offerta ristrettissima: appena 270 mila euro di scarto tra la base di rialzo e il prezzo di aggiudicazione finale, pari a 2.998.000 euro. Un arresto a soli 2.000 euro sotto la soglia psicologica dei tre milioni che suggerisce due sole ipotesi: o il delegato capitolino aveva un mandato vincolato e rigido giunto al limite, o la controparte privata conosceva con estrema precisione i margini di spesa del pubblico.
L’ora di svelare l’arcano
Ora, tuttavia ragionano i tecnici, la tutela della riservatezza stabilita nella delibera sarebbe giuridicamente decaduta ccontestualmente alla chiusura delle operazioni d’asta. Il parere del Ragioniere Generale del Comune aveva infatti garantito la secretazione della stima e della copertura finanziaria prenotata solo ed esclusivamente “fino al termine delle operazioni di aggiudicazione”.
Caduto il vincolo di segretezza, l’Amministrazione non avrebbe più appigli normativi per sottrarsi alla trasparenza: “i cittadini hanno il diritto di conoscere subito il valore della stima tecnica ritenuta congrua, l’offerta massima formulata dal Comune e le istruzioni operative impartite dalla Giunta”.
Nessun rischio di colate di cemento
A destare le maggiori perplessità sarebbe la natura del presunto “salvataggio” dall’edificazione ottenuto dal Campidoglio.
La documentazione tecnica smentisce che vi fosse alcun rischio imminente di colate di cemento estranee alla volontà politica locale.
L’area ex Sapam non possiede parametri edificatori diretti né diritti precostituiti; qualsiasi trasformazione urbanistica necessita, infatti, obbligatoriamente di un Accordo di Programma, strumento in cui Roma Capitale detiene per legge il pieno potere di veto
La precedente proposta privata per realizzare 25 mila metri quadri di superfici aveva peraltro già incassato i motivi ostativi dagli stessi uffici capitolini. Il Comune, in sintesi, avrebbe tentato di impegnare milioni di euro pubblici per “salvare” un terreno da trasformazioni che solo il Comune stesso avrebbe potuto autorizzare.
Ma Todini Costruzioni non farà beneficenza
Con l’aggiudicazione alla Todini per quasi tre milioni di euro, la palla passa ora ai tavoli amministrativi. Un’impresa di costruzioni non fa beneficenza e chiederà compensazioni per far fruttare 14 ettari oggi privi di edificabilità. Il rischio concreto, avverte quindi LaBur, è che attraverso un nuovo Accordo di Programma, l’amministrazione pubblica alla fine concederà cubature residenziali o commerciali in cambio della cessione del verde. Ma il tempo delle motivazioni riservate è scaduto dal punto di vista amministrativo. La richiesta avanzata dagli esperti è che il Campidoglio renda subito pubblici gli atti e mostri le carte dell’operazione ai cittadini.
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