Svolta e punti da chiarire nelle indagini sulla drammatica scomparsa di Denise Cosco. La donna, figlia 35enne di Lea Garofalo — la testimone di giustizia sequestrata, assassinata e sciolta nell’acido nel 2009 dall’ex compagno e boss Carlo Cosco —, è morta ieri dopo essersi lanciata dal terzo piano della palazzina di Ariccia, in cui viveva da anni insieme al compagno e al loro bambino di quasi quattro anni.
La 35enne, figlia di Lea Garofalo — la donna simbolo della ribellione alla ‘ndrangheta —, si è tolta la vita ad Ariccia dove viva da anni. Indaga la Procura di Velletri
Nelle prossime ore, i magistrati della Procura di Velletri ascolteranno il compagno della vittima. L’uomo, finora non sentito poiché in stato di forte shock, era presente nell’abitazione al momento dei fatti e la sua testimonianza sarà decisiva per ricostruire con esattezza le ultime ore di vita di Denise.
Le indagini: dall’autopsia alla perizia sul telefono
L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Carlo Villani e dal pubblico ministero Domenico Vicario, ipotizza al momento il reato di istigazione al suicidio contro ignoti. I magistrati hanno delegato gli accertamenti sul campo ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Frascati.
L’autopsia sul corpo della donna è stata disposta per chiarire ogni dettaglio medico-legale, mentre le forze dell’ordine hanno provveduto al sequestro del cellulare della vittima: verrà analizzato nei prossimi giorni da esperti informatici alla ricerca di messaggi, chiamate o elementi utili a comprendere lo stato d’animo della 35enne prima del tragico gesto.
Un dolore insuperabile e la scelta di libertà
Denise viveva ad Ariccia dal 2018, anno in cui era uscita dal programma di protezione per ricostruire una quotidianità ordinaria lavorando presso un ministero della Capitale. Eppure, raccontano le persone a lei vicine, portava dentro di sé un peso insuperabile, un’eredità drammatica legata al passato della sua famiglia.
Denise è morta a 35 anni, la stessa identica età in cui la madre Lea venne brutalmente assassinata. Entrambe avevano trovato il coraggio di ribellarsi alla ‘ndrangheta calabrese: prima Lea, che aveva svelato agli investigatori le faide e i traffici della sua famiglia e del compagno Carlo Cosco; poi la stessa Denise che, appena diciottenne, divenne la testimone chiave nel processo che portò alla condanna del padre e dei suoi complici.
«Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia», aveva dichiarato all’epoca in aula, «perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita». Il giorno del funerale della madre, le dedicò parole scolpite nella memoria collettiva: «Per me è un giorno triste, ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo, è stato solo per il mio bene».
La storia di Lea Garofalo

La vicenda di Denise si intreccia inestricabilmente con la tragedia della madre Lea, originaria di Petilia Policastro. Entrata nel programma di protezione nel 2002 e poi riammessavi nel 2007, Lea decise nell’aprile 2009 di rinunciare a ogni tutela, pur mantenendo i contatti con Libera e con l’avvocata Enza Rando.
Il 24 novembre 2009, Carlo Cosco attirò l’ex compagna a Milano con il pretesto di discutere del futuro della figlia. Lì Lea Garofalo venne sequestrata, uccisa e il suo corpo distrutto nell’acido per cancellare ogni traccia. Fu proprio Denise a denunciarne la scomparsa e a rompere il muro di omertà, fornendo un contributo decisivo all’accertamento della verità giudiziaria.
Le reazioni: «Una sconfitta per l’intera società»
La notizia della scomparsa di Denise ha scosso profondamente le istituzioni e il mondo associativo. In una nota, la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ha espresso il proprio cordoglio: «Denise aveva la stessa età della madre Lea Garofalo quando venne uccisa. Era una donna coraggiosa, lo era stata da ragazzina quando era rimasta al fianco della madre che aveva avuto la forza di denunciare la propria famiglia. Lo era stata dopo il suo omicidio, testimoniando contro il padre. La sua scomparsa è una sconfitta per l’intera società, e può farci riflettere sull’impegno che va messo ogni giorno dalle istituzioni nella lotta alle mafie e a sostegno di chi ha la forza di denunciare».
Intenso anche il ricordo della senatrice Pd Enza Rando, storica legale di Denise nel processo: «Con Denise ho conosciuto il coraggio straordinario di una giovane donna, una forza immensa che ha lottato fino in fondo. Tuttavia, ha portato sulle spalle un peso inumano: il dolore della perdita, il vuoto di domande che non troveranno mai risposta e i mostri interiori con cui chi resta è costretto a convivere ogni giorno. I figli delle vittime di mafia sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un’esistenza sotto un’altra identità».

















