Poliziotti arrestati ad Anzio-Nettuno: tra le accuse droga e associazione per delinquere

Cinque poliziotti arrestati tra Anzio e Nettuno: l'accusa è di associazione per delinquere, peculato e concorso nel traffico di droga, mentre la Questura conferma il massimo rigore contro l'infedeltà istituzionale

Cinque poliziotti arrestati tra Anzio e Nettuno: l'accusa è di associazione per delinquere, peculato e concorso nel traffico di droga, mentre la Questura conferma il massimo rigore contro l'infedeltà istituzionale

Cinque agenti del Commissariato di Anzio-Nettuno arrestati con accuse che, a vario titolo, vanno dall’ associazione per delinquere al concorso esterno nel traffico di stupefacenti, peculato, falso, concorso in cessione di droga e accesso abusivo a sistemi informatici delle Forze di Polizia.

Cinque poliziotti arrestati tra Anzio e Nettuno: l’accusa è di associazione per delinquere, peculato e concorso nel traffico di droga, mentre la Questura conferma il massimo rigore contro l’infedeltà istituzionale

Nei loro confronti la Polizia di Stato ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari di Roma. Dietro l’inchiesta c’è la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha delegato le indagini alla Sezione investigativa dello SCO (SISCO), affiancata dalla Squadra Mobile capitolina.

Da un’indagine più grande, un filone tutto interno alle forze dell’ordine

Tutto nasce da un procedimento più esteso. Le condotte contestate risalgono al biennio 2024-2025 e si intrecciano con un’indagine su un gruppo criminale attivo sul litorale romano, tra Anzio e Nettuno, dedito al traffico di stupefacenti e composto da italiani e albanesi — già finiti sotto processo separatamente. È dentro questo scenario che sarebbe emerso il coinvolgimento dei cinque agenti: secondo l’accusa, avrebbero gestito in modo irregolare alcune fonti confidenziali, concorrendo in più episodi di cessione di droga.

Cocaina, una consegna “pilotata” e una vita spezzata

C’è un episodio che pesa più degli altri nel fascicolo. Gli agenti, secondo gli inquirenti, avrebbero concordato con esponenti del gruppo criminale una “consegna controllata” e un “ritardato sequestro” relativi a 25 chili di cocaina. Allo stesso modo sarebbe stata lasciata sfuggire un’intera partita da 50 chili, mai sequestrata.

Quell’operazione ha avuto un epilogo drammatico. Un inseguimento nelle campagne tra Anzio e Nettuno si è concluso con un incidente stradale. Ha perso la vita un cittadino albanese, il corriere incaricato di trasportare il carico.

Soldi spariti e verbali sotto accusa

L’inchiesta non si ferma alla droga. Gli investigatori avrebbero raccolto riscontri anche su presunte condotte di peculato: denaro sottratto a persone fermate per spaccio, che secondo l’accusa non sarebbe mai stato sottoposto a sequestro nonostante costituisse provento di reato. Si aggiungono diverse ipotesi di falso, legate a verbali che, nella ricostruzione degli inquirenti, non avrebbero rispecchiato fedelmente le prove raccolte sul campo.

Il rigore della Questura

Un episodio che ribadisce ancora una volta il rigore della Questura. Nel rapporto stretto con la Procura della Repubblica, l’intercettazione di fenomeni di infedeltà istituzionale resta prioritaria — anche quando a esserne protagonisti sono appartenenti alle stesse forze dell’ordine, accusati di condotte in contrasto con i doveri di servizio. Non è la prima volta. La stessa strategia, in passato, ha già portato a individuare e allontanare agenti ritenuti responsabili di reati. La Questura capitolina rivendica così la tenuta di un sistema che continua a tutelare l’operato di migliaia di agenti, sottufficiali e dirigenti per cui disciplina e onore restano, quotidianamente, la base del servizio alla sicurezza collettiva.

Vale la presunzione di innocenza

Va ribadito con fermezza: i cinque indagati restano, a questo stadio, solo gravemente indiziati. Nessuna condanna, nessuna colpevolezza accertata. La loro posizione sarà valutata dall’Autorità Giudiziaria lungo l’intero percorso processuale, e potrà dirsi definita solo davanti a un’eventuale sentenza passata in giudicato — nel pieno rispetto del principio costituzionale di presunzione di innocenza.