Sembrava l’ennesima tragedia consumatasi all’alba, la conseguenza drammatica di una caduta accidentale, o forse di un suicidio, da un palazzo. Invece, l’inchiesta sulla morte di Dafne Rebaudo, precipitata il 13 luglio scorso dalla terrazza condominiale di una torre in via dell’Archeologia a Tor Bella Monaca, ha preso una piega ben diversa: la 30enne non è caduta da sola, è stata buttata giù. Un femminicidio maturato al culmine dell’ennesima lite.
Le urla sulle scale, il muro di silenzio che si sgretola e la verità sulla morte di Dafne: come i racconti dei residenti hanno cancellato l’ipotesi della caduta accidentale
A fare luce sulla verità, oltre ai riscontri tecnici, è stato un dettaglio che segna una spaccatura profonda nella narrazione del quartiere: le voci dei residenti. Oltre ai fotogrammi delle telecamere che mostrano quella borsetta passata di mano poco prima del volo nel vuoto, sono state cruciali le testimonianze di chi, per una volta, non ha chiuso la porta da ballatoio e ha scelto di far arrivare ai poliziotti del Distretto Casilino dettagli cruciali.
La svolta che nasce dalle scale

In quei palazzoni dove una parte degli appartamenti è da tempo ostaggio delle piazze di spaccio – spesso gestite da pusher senza scrupoli –, la regola non scritta è sempre stata la cautela, il silenzio. Questa volta, però, la gravità di quanto accaduto ha spinto qualcuno a fare un passo avanti.
I racconti di chi vive nello stabile sono stati decisivi per smontare la tesi dell’incidente e incastrare il convivente di Dafne, ed ora il 40enne tunisino Mohamed T. è finito in manette.
Dopo la convalida del fermo, il giudice per le indagini preliminari dovrà pronunciarsi sulla richiesta di custodia cautelare in carcere. Il delitto, aggravato dal vincolo della convivenza in base alla recente legge del 2025, viene contestato dai pm Antonio Verdi e Francesco Saverio Musolino come femminicidio.
Qualcuno ha riferito ai poliziotti delle continue e violente discussioni tra la vittima e l’uomo. L’ultima lite poco prima della terribile caduta.
È stata proprio la testimonianza sul feroce diverbio avvenuto lungo le scale poco prima del delitto a indirizzare gli agenti verso la pista corretta, permettendo poi di smontare le incongruenze nel racconto fornito dall’indagato sugli orari dei suoi spostamenti.
Tra degrado e voglia di riscatto
La morte di Dafne accende di nuovo i riflettori su una ferita mai rimarginata della Capitale, ma offre anche una lente diversa. Se da un lato il presidente del VI Municipio, Nicola Franco, torna a denunciare la pericolosità e il radicamento della criminalità legata allo spaccio nel quartiere, dall’altro emerge la reazione di una comunità stanca di essere solo teatro di cronaca nera.
“I cittadini che hanno parlato hanno dimostrato che Tor Bella Monaca non è tutta uguale”, commenta chi conosce bene quelle strade.
La collaborazione del quartiere, unita al lavoro metodico degli investigatori, ha permesso di riscrivere la storia di quel mattino di luglio. Per Dafne non c’è stato scampo, ma il silenzio che rischiava di coprire la sua morte, per una volta, è stato spezzato.


















