Blitz contro il narcotraffico sul litorale laziale: 11 arresti per la tratta della cocaina dall’Ecuador

Maxi operazione dei Carabinieri a Roma e nel Lazio: smantellata la rete criminale che importava cocaina dal Sud America

Scoperta anche una raffineria della cocaina

Un’organizzazione, spietata e dotata di una logistica militare capace di muovere quintali di cocaina attraverso l’Atlantico, dialogando alla pari con i grandi cartelli sudamericani e i vertici delle mafie nostrane.

Maxi operazione dei Carabinieri a Roma e nel Lazio: smantellata la rete criminale che importava cocaina dal Sud America

I professionisti della coca tra Roma e il Sud America: dal “sistema” dei doppi fondi ai codici della truffa con la Camorra

Dalle prime luci dell’alba, un maxi-blitz dei Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Civitavecchia, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Roma, sta smantellando una fitta rete del narcotraffico radicata nella Capitale e sul litorale nord laziale, ma con diramazioni estese in mezza Italia e oltreoceano.

L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del Tribunale capitolino, colpisce complessivamente 11 persone gravissime indiziate di associazione a delinquere finalizzata al traffico transnazionale di stupefacenti. Per 8 di loro si sono aperte le porte del carcere, mentre altre 3 restano indagate a piede libero. L’operazione odierna chiude il cerchio dopo i fermi dello scorso maggio, quando i pm della DDA avevano già bloccato i vertici del gruppo.

L’organigramma: dal “Presidente” al broker romano

L’indagine, decollata nell’agosto del 2025, ha permesso agli inquirenti di disegnare una vera e propria mappa geopolitica del crimine.

Al vertice della piramide si muoveva una triade di professionisti. Il broker dominicano: la mente finanziaria, l’anello di raccordo strategico incaricato di gestire i flussi di denaro illeciti e i contatti con i fornitori esteri. Il “Presidente”: un capo operativo di origini colombiane che fissava i prezzi della droga, gestiva i connazionali e curava i rapporti stanziali tra la Spagna e il Sud America. Il broker romano: l’uomo del territorio, il re della distribuzione sul litorale laziale e nel Centro Italia, capace di piazzare la merce a una fitta rete di grossisti. Per concludere il gancio calabrese: l’esperto di logistica, fondamentale per fornire i veicoli modificati per il trasporto.

Le rotte e il “sistema” dei doppi fondi

La flessibilità logistica della banda era straordinaria. La cocaina arrivava in Europa principalmente attraverso due canali. Via mare, con navi cargo in partenza da porti caldi come Guayaquil, in Ecuador; i borsoni carichi di droga venivano letteralmente “lanciati” in alto mare in punti prestabiliti e poi recuperati grazie a precise coordinate GPS. Via terra, invece, la droga viaggiava dalla Spagna all’Italia dentro autovetture modificate con sofisticati vani occulti meccanizzati, un trucco ribattezzato in gergo “sistema”. Per i carichi più piccoli e mirati, l’organizzazione reclutava i “corrieri ovulatori”, addestrati a ingoiare decine di ovuli per superare i controlli negli aeroporti.

I “punti” di margine e i nomi in codice: “Rosalba” e “Biancaneve”

I vertici del sodalizio ragionavano come manager di una multinazionale, monitorando costantemente le fluttuazioni del mercato.

Nelle intercettazioni si sente discutere dei prezzi: la cocaina veniva acquistata all’ingrosso in Sud America a 16.000-17.000 euro al chilo per poi essere rivenduta sul mercato italiano tra i 21.000 e i 24.000 euro. Il margine di guadagno veniva calcolato in “punti” (un ricarico di 7.000 euro diventava “7 punti”).

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La raffineria scoperta dalla Dda di Roma

Anche il linguaggio era criptato: la cocaina classica si trasformava in “Biancaneve”, la variante rosa diventava “Rosalba” o “Rosalia”, mentre lo stato della preparazione chimica veniva definito “cotta” o “cruda”. Per blindare i profitti dai controlli antiriciclaggio, i pagamenti e i trasferimenti di capitale avvenivano sistematicamente tramite monete virtuali e criptovalute.

Lo sgarro della Camorra e i summit per i 10 chili rubati

La caratura criminale del gruppo emerge da un retroscena quasi cinematografico. I colombiani sono rimasti vittime di un “pacco” orchestrato da esponenti della Camorra napoletana. Simulando un finto controllo delle forze dell’ordine nel Napoletano, i camorristi sono riusciti a rapinare il cartello di 10 chilogrammi di cocaina appena consegnati, causando un danno da 280.000 euro. Un affronto imperdonabile.

Per sanare lo sgarro e recuperare il denaro, il cartello ha attivato i propri “canali diplomatici”, convocando veri e propri summit criminali in Campania per dirimere la questione senza scatenare una guerra aperta.

Mazze da baseball, sequestri di persona e l’ombra dei “Los Choneros”

I modi, d’altronde, non erano sempre pacifici. Quando c’era da recuperare un credito insoluto, il “Presidente” colombiano non esitava a pianificare spedizioni punitive con armi da fuoco e mazze da baseball, arrivando a progettare il sequestro di persona dei debitori in appartamenti appositamente presi in affitto. I contatti internazionali del gruppo, del resto, spaventano gli inquirenti: gli indagati vantavano legami diretti con i vertici dei “Los Choneros”, la più potente, ramificata e sanguinaria fazione criminale dell’Ecuador.

La raffineria fantasma in Calabria

L’ultimo, inquietante tassello dell’indagine è stato scoperto nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, nella locride reggina. Lì i Carabinieri hanno fatto irruzione in un laboratorio clandestino: una vera e propria raffineria dotata di presse idrauliche, stampi e forni a microonde.

All’interno sono stati sequestrati oltre 500 chili di sostanze da taglio. Una montagna di polvere chimica che sarebbe servita ad abbassare la purezza della cocaina pura in arrivo dal Sud America, quadruplicando i volumi e i profitti sulle piazze di spaccio di mezza Italia