La prima Corte di Assise del Tribunale di Roma ha emesso una storica sentenza di condanna nei confronti dei vertici dell’Unione Forze Identitarie, la sigla paramilitare smantellata dalle indagini sull’estremismo nero. I giudici hanno sanzionato i progetti di rifondazione nazionalsocialista e l’efferata propaganda antisemita diffusa sul web.
Arriva il verdetto sul gruppo paramilitare che voleva far rinascere il nazismo tra chat segrete e minacce: risarcimento da 50mila euro per il Viminale
La complessa vicenda giudiziaria affonda le sue radici nell’anno 2021, quando un’importante operazione delle forze dell’ordine portò allo scoperto e allo smantellamento dell’Ufi, acronimo dell’Unione Forze Identitarie.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’organizzazione si era strutturata come una vera e propria associazione a carattere paramilitare, profondamente intrisa di un’ideologia neonazista, marcatamente xenofoba e connotata da un radicato antisemitismo.
Il programma del gruppo ruotava attorno alla diffusione sistematica di una violenta propaganda negazionista della Shoah, dei crimini di genocidio e degli storici crimini di guerra. Tra gli obiettivi della struttura eversiva vi era la pianificazione di concrete azioni di violenza e di esplicita minaccia nei confronti delle minoranze etniche, dei migranti di colore, delle persone omosessuali e dei cittadini appartenenti alla religione ebraica.
Le indagini telematiche e il manifesto eversivo
L’attività investigativa ha svelato l’esistenza di una fitta rete di canali di comunicazione virtuali. Gli indagati utilizzavano diverse chat protette per propugnare condotte di odio violento, postando immagini suprematiste e frasi inneggianti al nazionalsocialismo, invitando alla lotta contro i soggetti ritenuti inferiori o espressione della degenerazione della società.
Nelle same chat venivano esaltate e prese a modello le stragi compiute all’estero da terroristi di estrema destra come Tarrant e Breivik. I membri della sigla avevano persino redatto un manifesto ideologico intitolato “Vento Bloccato – Una chiamata alle armi”, diffuso in particolare sulla chat denominata “Sole Nero”.
L’accusa ha dimostrato come l’organizzazione avesse creato presidi territoriali e basi logistiche in cui i componenti custodivano armi bianche, passamontagna e materiale didattico con le istruzioni per la fabbricazione artigianale di ordigni e armi da fuoco.
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La svolta processuale e le condanne in aula
Nelle scorse ore, i giudici della prima Corte di Assise di Roma hanno scritto la parola fine sul primo grado del dibattimento, riconoscendo la sussistenza del reato di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico.
Il leader del sodalizio e coautore del manifesto ideologico, Alessio Sabelli, è stato condannato alla pena di 5 anni e 6 mesi di reclusione. Il dispositivo di sentenza ha colpito anche l’imputato Luis Restauri, al quale i magistrati capitolini hanno inflitto una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Per la medesima vicenda, il collegio giudicante ha invece deliberato l’assoluzione totale per altre due persone che si trovavano alla sbarra.
I risarcimenti e i precedenti patteggiamenti
La decisione della prima Corte di Assise capitolina ha introdotto anche una rilevante novità sul piano prettamente economico e risarcitorio. I magistrati hanno infatti riconosciuto una provvisionale immediatamente esecutiva del valore di 50mila euro a favore del Ministero dell’Interno, che aveva scelto di costituirsi regolarmente come parte civile nel dibattimento per il danno subito a causa delle attività eversive del gruppo.
Questo verdetto si aggiunge alle decisioni già assunte precedentemente dal giudice per le indagini preliminari nel corso delle scorse udienze, durante le quali altri 4 imputati appartenenti alla medesima rete neonazista avevano ottenuto il via libera per dei patteggiamenti compresi tra 1 anno e 10 mesi e i 2 anni di reclusione, mentre un’ulteriore indagata era stata definitivamente prosciolta dalle accuse.


















