Picchiati perché si tenevano per la mano: a processo i tre indagati, si vantarono del pestaggio omofobo

Insulti dal balcone, minacce di morte e un pestaggio omofobo brutale: contestata l'aggravante della discriminazione per il raid romano che costò 25 giorni di prognosi a Stephano e Matteo 

Camminavano mano nella mano nei pressi di Piazza Malatesta a Roma, nella notte di Capodanno del 2025. Un momento di affetto che si trasformò improvvisamente in un incubo di sangue, violenza e discriminazione, per Stephano e Matteo, soccorsi con il volto tumefatto. È l’impianto accusatorio, che definisce i contorni di uno dei più brutali raid omofobi registrati negli ultimi anni nella Capitale.

Insulti dal balcone, minacce di morte e un pestaggio omofobo brutale: contestata l’aggravante della discriminazione per il raid romano che costò 25 giorni di prognosi a Stephano e Matteo

La ricostruzione investigativa della Procura di Roma ha svelato una dinamica spietata, avviata tra le mura domestiche e consumata sul selciato stradale.

Mentre Stephano Quinto e Matteo Guadagnoli rientravano verso casa durante i festeggiamenti del primo gennaio 2025, dal balcone di un’abitazione privata sono piovuti insulti feroci legati al loro orientamento sessuale.

Dalle violenze verbali il branco era passato in pochi istanti alla spedizione punitiva. Così, il gruppo composto da circa dieci giovani, è sceso in strada accerchiando la coppia. Al grido di insulti omofobi, Stephano è stato violentemente aggredito con calci e pugni al volto e al corpo.

Nel tentativo disperato di difendere il compagno e documentare la ferocia dell’azione, Matteo aveva attivato la telecamera del proprio smartphone, venendo però immediatamente aggredito e minacciato di morte fino alla cancellazione forzata del filmato.

Il bilancio clinico per Stephano è stato pesantissimo, con un ricovero in pronto soccorso per trauma cranico, frattura alle ossa nasali e volto completamente tumefatto, quantificato in una prognosi di venticinque giorni.

Le accuse formali e il riconoscimento del movente d’odio

A quasi due anni da quella notte, l’inchiesta giudiziaria è giunta a uno snodo fondamentale. Il giudice per le udienze preliminari ha fissato per il 5 ottobre 2026 la data in cui si deciderà il rinvio a giudizio per tre componenti del branco, individuati grazie alle accurate indagini condotte dalle forze dell’ordine.

Gli imputati dovranno rispondere, a vario titolo, dei reati di lesioni personali aggravate, violenza privata e concorso nel reato. L’elemento cardine del quadro accusatorio però, è soprattutto la contestazione, da parte dei pubblici ministeri capitolini, dell’aggravante prevista dall’articolo 604 ter del codice penale.

Lo Stato riconosce formalmente la matrice d’odio e il movente discriminatorio fondato sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale delle vittime, aggravato dal fatto che alcuni degli indagati, si sarebbero persino vantati sui social nei giorni successivi, del pestaggio omofobo.

La reazione sociale e il vuoto normativo in Italia

La coppia ha trovato la forza di denunciare l’accaduto grazie al supporto legale e psicologico fornito dall’associazione Gaynet, rappresentata dagli avvocati Leonardo Pompili e Riccardo Bucci.

L’episodio sollevò un’enorme ondata di sdegno collettivo, culminata in una manifestazione di solidarietà nel quartiere Malatesta e in un incontro ufficiale in Campidoglio con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Nonostante la svolta nell’inchiesta, i rappresentanti dei diritti civili evidenziano la persistenza di una grave lacuna legislativa, che non ha trovato una svolta nemmeno nel Disegno di Legge Zan, affossato nel 2021 e che priva la magistratura di una legge organica contro l’omolesbobitransfobia.

“In assenza di tutele specifiche – spiegano – l’applicazione delle aggravanti discriminatorie resta legata alla sensibilità dei singoli magistrati, come dimostrano i tanti precedenti tra cui il controverso caso romano di Jean Pierre Moreno a Valle Aurelia, dove l’aggravante per motivi omofobici venne inizialmente negata dal giudice”.

Stephano e Matteo hanno espresso il proprio sollievo per la fissazione del processo, esortando tutte le vittime di crimini d’odio a rompere il silenzio ea denunciare per contrastare l’isolamento istituzionale.