Oltre la metà della rete distributiva italiana risponde all’appello del Governo sul caro carburanti (dopo l’apertura di Eni, hanno aderito Q8, Ip e Tamoil), ma la geografia dei tagli disegna un’Italia a due velocità.
Carburanti agevolati per oltre 10mila distributori, ma i tagli non arrivano ovunque: penalizzati i borghi e le strade secondarie
Secondo gli ultimi rilevamenti dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), sono più di 10.000 le stazioni di servizio ad aver applicato il price capvolontario concordato con i giganti del settore. Una agevolazione che non tocca tutti gli italiani.
Anche perché – per fare un esempio della Q8 (la foto si riferisce al primo ottobre a in un distributore di Tivoli) – non tutte le pompe applicano i prezzi agevolati.

I numeri dicono che il 51,7% degli impianti eroga la benzina sotto i 2 euro al litro (10.413 stazioni su 20.141) e il 52,2% vende il gasolio a meno di 2,20 euro (10.519 su 20.147).
Un’adesione che ha fatto scendere la media della rete stradale a 2,052 euro/litro per la verde e a 2,247 euro/litro per il diesel.
La mappa disomogenea: l’incognita dei piccoli centri
Se nei grandi snodi urbani e lungo le tratte autostradali la mossa di Eni — seguita da altre sigle — ha garantito una presenza di impianti a prezzo calmierato, nei piccoli centri e nelle aree interne la realtà è ben diversa.
Nei borghi di provincia e sui percorsi secondari, dove spesso operano impianti indipendenti o piccole pompe locali prive dei margini dei grandi gruppi petroliferi, i cittadini continuano a fare i conti con listini senza sconti e cifre ben superiori alle soglie fisse.
Chi vive fuori dai grandi circuiti commerciali si trova così escluso dai benefici della misura, pagando il prezzo di una rete distributiva frammentata e disomogenea.
Il Mimit rivendica il successo, mentre Priolo torna italiana
Ciononostante, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, esprime grande soddisfazione: «Un riscontro di gran lunga superiore alle previsioni: in pochi giorni il price cap ha superato la metà della rete nazionale, confermando la validità di un modello di responsabilità sociale che può rappresentare un esempio anche in Europa».
Il ministro ha voluto rimarcare la strategia del governo sulla sovranità energetica visitando il complesso industriale Isab nell’area Priolo-Melilli-Siracusa — struttura fondamentale che copre oltre un quinto della capacità di raffinazione del Paese — a dieci giorni dal completamento del closing che ne ha affidato il controllo al Gruppo Ludoil.
L’operazione segna il ritorno del polo in mani italiane, affiancato da un piano industriale da 1,3 miliardi di euro in cinque anni destinati all’efficientamento e ai biocarburanti, garantendo la tutela di 1.000 dipendenti diretti e 2.000 dell’indotto. «Aver preservato la nostra capacità di raffinazione è stata una scelta lungimirante: oggi l’Italia produce più gasolio di quanto ne consumi», ha dichiarato Urso.
La protesta di Confimprenditori e l’attacco del PD
Il calo medio dei prezzi non tranquillizza però le imprese e il mondo produttivo. Da Confimprenditori arriva un forte allarme per le difficoltà di autotrasportatori, agricoltori e pescatori, che operano spesso lontano dalle grandi arterie.
«Gli sconti sono utili, ma servono solo a prendere tempo, e il tempo è proprio ciò che alle imprese manca», sottolinea Stefano Ruvolo, presidente dell’associazione, chiedendo un tavolo tecnico urgente e la fissazione di un tetto obbligatorio più basso: 1,90 euro/litro per la benzina e 1,95 euro/litro per il diesel.
Dura anche la posizione dell’opposizione. Il capogruppo PD in commissione Affari Europei, Piero De Luca, accusa l’esecutivo: «Famiglie e imprese pagano il prezzo dell’incapacità di definire una strategia sul costo dell’energia. Sul caro carburanti servivano interventi concreti: tassare gli extraprofitti, attivare le accise mobili e introdurre un tetto normativo nei momenti di emergenza, invece di semplici misure spot».
De Luca ha poi sollecitato una svolta sulle energie rinnovabili, ricordando la proposta del Partito Democratico per sbloccare e investire 14 miliardi di euro sulla transizione.

















