La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo sulla morte di Erika Squillace, una giovane parrucchiera di 27 anni di Mentana morta lo scorso 20 agosto ad Alessandria di Egitto. Il primo viaggio fuori dall’Italia per conoscere la famiglia del marito. A sollecitare l’apertura del fascicolo la madre di lei. Al vaglio la posizione di un ginecologo egiziano e quello del consorte, Hesham A., un pizzaiolo di 32 anni, tornato ora a Mentana.
Erika, 27enne di Mentana, sarebbe stata uccisa da un’iniezione di chemioterapico 25 volte superiore al normale. L’ombra dell’aborto clandestino
Al centro dell’inchiesta c’è la somministrazione di un farmaco potentissimo, il Methotrexate. Si tratta di un chemioterapico utilizzato anche per indurre l’interruzione di gravidanza, pratica che in Egitto è illegale e punita severamente.
Secondo l’esposto presentato a piazzale Clodio dai genitori della vittima, alla giovane — secondo un medico locale alle prime settimane di una difficile gravidanza extrauterina — sarebbe stata inoculata una dose mostruosa di 2.500 ml a fronte dei 100 ml (già controversi) per favorirne il ritorno del normale ciclo mestruale.
L’iniezione, stando alle ricostruzioni, non è avvenuta in una struttura sanitaria ma in ambito domestico, praticata da una vicina di casa su insistenza del marito e contro la volontà della madre della giovane, che aveva accompagnato la coppia nel viaggio in Egitto. Gli effetti sono stati immediati e devastanti.
“Mia figlia è diventata un mostro davanti ai miei occhi“, ha raccontato la madre, Tiziana Quattrocchi, descrivendo una sintomatologia da avvelenamento acuto: pelle squamata, emorragie e dolori insopportabili.
L’ombra dei riti magici e i soccorsi negati
La famiglia denuncia un sistematico ostruzionismo da parte del marito nel prestare soccorso. Invece di correre in ospedale mentre Erika deperiva, l’uomo avrebbe fatto ricorso a sedicenti “riti magici” con il fuoco, convinto così di poter guarire la moglie.
Solo dopo le minacce della madre di allertare le autorità, a cinque giorni dall’iniezione, Erika è stata portata all’Andalusia Hospital Al Shallalat. Ma era troppo tardi. Nonostante il tentativo del Consolato italiano di organizzare un volo sanitario urgente (dal costo di 30mila euro), la clinica egiziana si è opposta al trasferimento, dichiarando la paziente non trasportabile. Pochi giorni dopo, il cuore di Erika ha smesso di battere.
Il cellulare e i messaggi ai RIS
Un elemento cruciale dell’indagine è ora nelle mani dei RIS di Roma: lo smartphone di Erika. I primi rilievi avrebbero portato alla luce una forte tensione coniugale. Erika voleva il divorzio e lo aveva scritto chiaramente.
Il sospetto della famiglia è che l’uomo, ossessionato dall’ottenimento della cittadinanza italiana e temendo la fine dell’unione (celebrata solo un mese prima del viaggio), possa aver agito per secondi fini.
“Mamma, avevi ragione”
Il corpo di Erika è stato riesumato al ritorno in Italia per esami tossicologici approfonditi che dovranno confermare il nesso causale tra il sovradosaggio del farmaco e la morte.
L’avvocato della famiglia, Daniele Sacra, punta il dito anche contro la struttura sanitaria di Tanta che avrebbe prescritto il chemioterapico senza reali motivazioni cliniche.
Resta il dolore di una madre che aveva seguito la figlia in Egitto per un presentimento, senza riuscire a salvarla. “Mamma, sto morendo, perdonami perché non ti ho ascoltato“, sarebbero state le ultime parole di Erika.
La disperazione della mamma
“Mia figlia aveva dei valori molto alti che testimoniavano una gravidanza già da un paio di settimane prima della partenza, ma purtroppo non era visibile nessun annidamento del feto – ha raccontato la mamma a Canaledieci, Tiziana Quattrocchi – Era seguita da un ospedale romano che la stava sottoponendo a controlli e monitoraggi costanti proprio per accertare la problematica. Ma il suo stato di salute era buono. E c’era la partenza per l’Egitto da rispettare per conoscere i suoceri e la famiglia di lui.
Una volta là è stata accompagnata da un medico che avrebbe proposto questo farmaco. Io non capivo la lingua e nemmeno mia figlia. Però mi sono subito opposta per quel poco che ci è stato tradotto in italiano.
Ma mia figlia era succube ed anche io che sono stata messa a un angolo. Certo non potevo immaginare un dramma così senza fine, senza ritorno. Sono riuscita a farla portare in ospedale solo con le minacce, ma purtroppo era troppo tardi. Eravamo come in ostaggio”.


















