Omicidio di Fregene, a carico di Giada compromettente chat Instagram con un amico molto prima del delitto

Omicidio di Fregene la Terza Corte d’Assise ammette la disamina di ulteriori prove nei confronti dell’imputata

La vittima, Stefania Camboni

La terza sezione della Corte di Assise di Roma ha accolto la richiesta degli avvocati di parte civile, Massimiliano Gabrielli e Alessandra Guarini, di ammettere tra le prove a carico di Giada Crescenzi, imputata dell’omicidio di Fregene, una conversazione Instagram con un amico ritenuta “compromettente”.

Omicidio di Fregene la Terza Corte d’Assise ammette la disamina di ulteriori prove nei confronti dell’imputata

E’ quanto emerso nel corso dell’udienza in corso presso l’Aula bunker di Rebibbia dove oggi, martedì 14 aprile, è ripreso il giudizio con rito immediato nei confronti della 33enne romana accusata di aver ucciso con decine di coltellate, Stefania Camboni nel villino di via Teresa di Gallura 22.

Come testimoniato dai carabinieri del Reparto di Investigazioni Scientifiche di Ostia, che hanno analizzato ogni singolo dettaglio della scena del crimine, Giada è da considerarsi l’unica persona implicata nell’assassinio avvenuto al secondo piano della casa di proprietà della vittima, nella notte fra il 14 e il 15 maggio dello scorso anno.

I militari dell’Arma hanno in particolare illustrato i movimenti dell’imputata dopo aver soppresso la vittima. Un’attività di depistaggio con cui ha tentato di simulare in modo grossolano e non credibile un tentativo di furto o rapina finito male, ma anche di occultamento dell’arma del delitto a distanza di poche centinaia di metri.

I carabinieri attraverso l’esame della centralina dell’autovetture e delle telecamere in zona sono stati in grado di ricostruire gli spostamenti della 33enne che alle 6.00 della mattina è uscita di casa con un fagotto contenente l’arma del delitto e i guanti in lattice entrambi insanguinati oltre a una felpa, al cellulare di Stefania e alle chiavi della sua auto per andarli, inizialmente, a nascondere con la stessa vettura.

Giada ci ha ripensato effettuando un’inversione e poi gettando l’involucro poi ritrovato grazie ai riscontri tecnici effettuati dagli inquirenti.

Adesso la Corte dovrà anche stabilire quale rilevanza possa avere la conversazione Instagram riprodotta nella copia forense ammessa agli atti e avvenuta il 27 aprile antecedente al giorno dell’omicidio.

Da essa, sostengono i legali della famiglia di Stefania Camboni, “emergono elementi di pertinente e indiscutibile rilevanza” per il contenuto di quanto scrisse sul suo account “justbookandcoffeea un amico che sarà chiamato a testimoniare durante il dibattimento.

La ricostruzione del movente

Elementi da cui sarebbe possibile, tra l’altro, risalire al movente che ha spinto la 33enne ad aggredire la vittima durante il sonno con un coltello da cucina prelevato da un set di lame “masterchef” da lei regalato all’ex fidanzato, nonché figlio di Stefania Camboni, Francesco Violoni.

Giada metteva nero su bianco la sua difficile oltre che infelice e pesante condizione di convivenza con la vittima, sebbene proprio lei avesse dato disponibilità ad ospitare nel villino a due passi dal mare il figlio e la fidanzata in cerca di una nuova sistemazione.

Nella conversazione l’imputata definisce ripetutamente la vittima come “la matta”, lamentando una situazione di forte stress psicologico derivante dalla coabitazione forzata.

I giudici dovranno approfondire anche il significato di alcune dichiarazioni di tenore “premonitorio” in cui Giada affermava testualmente “magari sentirai parlare al Tg di me che la matta qui mi ha accoltellato, almeno la smetto di stare sempre di merda”. Movente che si inserisce nel quadro evidenziato dai familiari di Stefania che hanno testimoniato la sussistenza di “comportamenti ostili” di Giada Crescenzi nei confronti della signora Camboni.

Una sorta di fotografia di quanto sarebbe accaduto poche settimane dopo quando Stefania fu sopraffatta nel sonno da decine di coltellate inferte con l’aggravante, per Giada, della minorata difesa.

La tesi della difesa è che queste comunicazioni costituirebbero il manifesto di un delitto annunciato scaturito da un ”quadro psicologico e motivazionale ben preciso” e pertanto sintomatico di una premeditazione ricomprendente, già allora, “le modalità esecutive dell’omicidio”, anche se a ruoli invertiti.

L’imputata, secondo i legali di parte civile, evocava scenari di violenza da arma da taglio anche se prospettandosi come vittima anziché come autrice di un potenziale assassinio.

Per poter procedere a una disamina del contenuto della conversazione occorreva l’autorizzazione del tribunale a estrarre una copia forense con metodologie certificate (verifica dei metadati, hash crittografici e ogni altro elemento tecnico idoneo).

Metodologie indispensabili anche alla luce del fatto che il contenuto delle chiamate effettuate tramite applicazioni di messaggistica istantanea transitano esclusivamente attraverso la connessione dati o Wi-Fi senza coinvolgere la rete telefonica tradizionale.

Le reti connessione dati e quelle convenzionali

Dati che non lasciano alcuna traccia nei tabulati telefonici del gestore mobile il cui segnale, nella zona di Fregene interessata, è caratterizzato da una scarsa copertura della rete mobile.

Rete che Giada ha utilizzato per effettuare tre chiamate telefoniche ordinarie al numero della vittima la notte del delitto negli orari 02:26:41, 02:27:08 e 02:27:17. Tentativi non risultanti dai tabulati ma potenzialmente visibili nel registro delle chiamate WhatsApp.

La parte civile ha anche avuto il via libera all’acquisizione dei dispositivi router/modem di collegamento alla rete Wi-Fi perché, a causa dei problemi di connessione con la rete Gsm, perché i 56 posizionamenti tracciati dall’ iPhone 14 Pro di Giada non hanno alcuna rilevanza in merito agli orari antecedenti, coevi e successivi alla morte violenta di Stefania Camboni. L’ultimo sarebbe, tra l’altro, datato 24 aprile 2025 vale a dire 21 giorni prima del delitto.

Attraverso l’analisi del router domestico Tim, collocato nella camera da letto al pian terreno occupata dai due fidanzati, si potranno quindi ricostruire i movimenti dell’imputata e, in particolare, i tempi esatti in cui la giovane si allontanò dall’abitazione per nascondere l’arma del delitto effettuando, tra l’altro, ricerche web “altamente compromettenti” su “come togliere il sangue dal materasso” e “come avvelenare una persona”.

La Corte dovrà inoltre pronunciarsi sull’istanza presentata dalle avvocate di Giada, Anna Maria Anselmi e Maria Grazia Cappelli, in base della perizia psichiatrica di parte firmata da Alberto D’Argenio affinché il tribunale nomini un consulente d’ufficio che accerti le condizioni psichiche dell’imputata al momento dell’omicidio.

Le prossime udienze

Il processo è stato aggiornato alle udienze in programma il 21 maggio e il 14 luglio prossimi quando tra i testimoni sarà ascoltato anche l’ex fidanzato dell’imputata, Francesco Violoni.

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