Scavi sotto la Casa del Jazz a Roma: si cercano i resti del giudice Paolo Adinolfi e il tesoro della banda della Magliana

Scavi sotto la Casa del Jazz a Roma confiscata al cassiere della banda della Magliana Enrico Nicoletti e assegnata al Comune di Roma Capitale

Si scava sotto la casa del Jazz a Roma, punto di riferimento della cultura romana, situato all’inizio di via Cristoforo Colombo alla ricerca dei resti del magistrato della sezione fallimentare, Paolo Adinolfi scomparso 31 anni fa, il 2 luglio 1994 dopo essere uscito dalla sua abitazione in via della Farnesina a Roma senza più farvi ritorno. Ma si scava anche alla possibile presenza sotto terra del tesoro e di armi appartenuti alla banda della Magliana.

Scavi sotto la Casa del Jazz a Roma confiscata al cassiere della banda della Magliana Enrico Nicoletti e assegnata al Comune di Roma Capitale

Le ispezioni, condotte su scantinati e tunnel murati di una struttura confiscata al cassiere della Banda della Magliana Enrico Nicoletti, sono state disposte dalla Procura che ha raccolto i sospetti di un altro giudice oramai in pensione, Guglielmo Muntoni e sono iniziate oggi, giovedì 13 novembre, con l’intervento di carabinieri, Guardia di finanza e polizia coordinati dalla Prefettura di Roma.

I sospetti dell’ex magistrato sulla botola segreta della banda della Magliana

E’ una iniziativa che sollecito da 29 anni, l’avevo già segnalata in passato alla procura di Perugia proprio con l’ipotesi del giudice scomparso. All’epoca trovammo la galleria interrata e il costo per gli scavi era notevole, ma ora abbiamo i fondi. Adesso si è offerta la Confcooperative con la Camera di Commercio in base ad una ipotesi del tutto diversa”, spiega Muntoni ora in pensione nonché presidente dell’Osservatorio sulle politiche per il contrasto alla criminalità economica della Camera di Commercio, dal quale è partita la richiesta che ha portato alle attività di scavo.

Ventinove anni fa ci fu un primo accesso e ci si è accorti di questa galleria interrata ma non a causa di una frana ma del terreno portato lì per chiudere l’ingresso“.

La mia idea-prosegue Muntoni- è che la botola di accesso servisse ai componenti della Banda della Magliana per tornarci passata la tempesta degli arresti e dei sequestri. Quella di Adinolfi è una ipotesi astratta mentre più concreta quella di armi ed esplosivi e quindi la competenza è della Prefettura. Se poi dovessero emergere elementi di interesse investigativo scatterebbe la competenza di Perugia nel caso Adinolfi, di Roma negli altri casi”, conclude.

Le operazioni sono state sospese e rirenderanno domani alla presenza di rappresentanti della soprintendenza capitolina.

L’ipotesi investigativa è che nelle fondamenta e in alcuni incavi murati dell’edificio poi assegnato al Comune di Roma ci possano essere, oltre ai resti del giudice volatilizzatosi, soprattutto beni e armi occultati a suo tempo dalla banda che tra gli anni Settanta e Ottanta mise a soqquadro la metropoli agganciando la propria storia ad altri misteri della storia criminale italiana: dal sequestro Moro a quello di Emanuela Orlandi con il presunto coinvolgimento di Renatino De Pedis, uno dei pezzi da novanta di quello spietato sodalizio.

Il giallo della toga scomparsa

A distanza di oltre 30 anni la nebbia che avvolge la sparizione di Adinolfi non si è più diradata e, nonostante, l’archiviazione dell’inchiesta continua a sollevare interrogativi.

Di formazione cattolica e fautore di una carriera fulminante, il magistrato aveva maturato una lunga e delicata esperienza al Tribunale Civile di Roma, in particolare nella sezione Fallimentare. Al momento della sparizione, si era da appena venti giorni trasferito a Piazzale Clodio come consigliere della Corte d’Appello.

Le indagini hanno meticolosamente ricostruito le ultime ore di cui si ha traccia del magistrato. Quella mattina, Adinolfi si recò in Viale Giulio Cesare, presso la biblioteca del Tribunale Civile, dove aveva lavorato per anni. La sua prima azione fu un’operazione bancaria presso lo sportello interno con il trasferimento di un conto corrente verso l’agenzia della Corte d’Appello, un atto burocratico connesso al suo nuovo incarico.

Successivamente, verso le ore 11.00, dopo un probabile passaggio nel nuovo ufficio a Piazzale Clodio, Adinolfi raggiunse un ufficio postale nella zona del Villaggio Olimpico. Qui, spedì un vaglia di 500 mila lire alla moglie. Proprio in quella zona, la sua automobile venne ritrovata lo stesso giorno, apparentemente abbandonata.

Il suo precedente incarico alla sezione Fallimentare, un ufficio cruciale per la risoluzione di controversie attinenti a questioni economiche e aziendali anche con risvolti attinenti a vicende di criminalità, resta un potenziale punto focale del caso. Adinolfi si era, infatti, occupato anche di aziende anche di livello nazionale, incrociando interessi e poteri finanziari rilevanti.

Le testimonianze discordanti e i misteri irrisolti

Il giallo si era infittito dopo l’invio del vaglia. Secondo alcune testimonianze raccolte, il giudice infatti sarebbe salito a bordo di un autobus diretto verso i Parioli, per raggiungere l’abitazione della madre. E in effetti, nella cassetta postale di quello stabile, furono poi rinvenute le chiavi di casa e della sua auto, a suggerire un gesto di allontanamento premeditato o la fine di una prima fase pianificata.

Ulteriori hanno contribuito a rendere le acque del caso ancora meno trasparenti: altri testi riferirono, in modo peraltro discordante, di averlo incontrato su un bus diverso, in direzione della stazione Termini.

A completare il quadro dei misteri, gli inquirenti raccolsero anche un’altra segnalazione: la presunta presenza di un giovane sconosciuto accanto ad Adinolfi negli uffici giudiziari di Piazzale Clodio poco prima della scomparsa.

Sta di fatto che il magistrato gestiva anche dossier finanziari scottanti ed è l’unico a essersi volatilizzato nel nulla nella storia della magistratura italiana peraltro segnata da lutti ed efferati omicidi eccellenti in primis quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ho appreso di questa iniziativa leggendo i giornali questa mattina. In questo momento occorre solo aspettare l’evoluzione di questa attività. Io e la mia famiglia in questa fase non ci sentiamo di dire altro”, ha commentato l’avvocato Lorenzo Adinolfi, uno dei figli del giudice fantasma.