Dall’abbraccio a affettuosità troppo intime. Una 37enne detenuta della sezione femminile del carcere di Rebibbia, a Roma, è finita sotto processo per atti osceni in luogo pubblico aggravati dalla presenza di un minore.
Affettuosità troppo intime col marito, detenuta a Roma finisce a processo per atti osceni
L’episodio, secondo quanto ricostruito dalla polizia penitenziaria, sarebbe avvenuto lo scorso 19 settembre durante una visita del marito.
La vicenda è emersa grazie alle telecamere di sorveglianza dell’istituto, che avrebbero ripreso la scena. A seguito della segnalazione della polizia penitenziaria, la donna è stata denunciata e convocata in tribunale.
La prima udienza si è svolta davanti al pubblico ministero e al giudice monocratico del tribunale di piazzale Clodio, dove si stanno esaminando le circostanze dell’accaduto e le responsabilità della detenuta.
Secondo le ricostruzioni ufficiali, l’atto è stato immediatamente interrotto dal personale carcerario presente nella sala colloqui. La presenza del figlio minorenne ha aggravato le accuse, rendendo il caso particolarmente delicato e attirando l’attenzione sull’organizzazione all’interno delle strutture penitenziarie.
La procedibilità del reato è scattata d’ufficio proprio per la presenza di un minore, figlio della coppia.
Spazi per l’intimità in carcere
Negli ultimi anni alcune carceri italiane hanno iniziato a prevedere stanze dedicate agli incontri intimi tra detenuti e partner, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale del 2023.
Questi spazi, spesso definiti “stanze dell’intimità” o “love rooms”, sono dotati di letto, bagno e area privata, e permettono ai detenuti di incontrare il proprio coniuge o convivente senza sorveglianza diretta, salvo ragioni di sicurezza.
L’obiettivo è garantire il diritto alla vita affettiva e familiare anche all’interno delle carceri, conciliando la tutela della dignità personale con le esigenze di ordine e disciplina. Alcune istituzioni penitenziarie hanno già attivato questi ambienti, mentre altre sono in fase di adeguamento. Per ora Rebibbia ne è sprovvista.
Il Sappe a Roma da subito non ha condiviso il progetto. La teoria del sindacato: “I poliziotti non sono guardoni di Stato“.

















