Sull’omicidio di Fregene proseguono le analisi di laboratorio presso il Reparto Investigazioni Scientifiche (Ris) dei carabinieri di Tor di Quinto a Roma. La lente di ingrandimento è focalizzata sui reperti trovati sulla scena del delitto ma anche sugli oggetti abbandonati e, presumibilmente, collegati alla morte di Stefania Camboni in un campo vicino alla villetta di via Santa Teresa di Gallura dove fu assassinata.
Omicidio di Fregene, Dna maschile sulle unghie della vittima. Resta in carcere la futura nuora e indagato a piede libero il suo fidanzato
Non sono molti gli elementi certi sinora trapelati dalle indagini, ancora coperte dal segreto istruttorio, attraverso gli accertamenti irripetibili eseguiti dagli investigatori in presenza dei periti di parte nominati dai legali coinvolti nel caso.
Si tratta dell’ex generale dell’Arma Luciano Garofano, per conto di Massimiliano Gabrielli, difensore della famiglia Camboni e di Armando Palmegiani, nominato da Anna Maria Anselmi e Maria Grazia Cappelli, avvocatesse di Giada Crescenzi, unica indagata oltre che detenuta in carcere per ragioni cautelari con l’accusa di omicidio aggravato dalla minorata difesa e dal vincolo di coabitazione con la signora Stefania, sua futura suocera.
Emergono i primi elementi a favore dell’indagata
Eppure, proprio questi primi elementi, sembrano avvalorare l’ipotesi che Giada Crescenzi, come ha ripetuto anche ai magistrati più volte, sia innocente e che, al momento dell’omicidio, avvenuto nella notte del 16 maggio scorso, stesse dormendo e non si sia accorta di nulla mentre al secondo piano della casa si consumava il delitto.

Sotto le unghie della donna assassinata con 34 coltellate è stata, infatti, rilevata esclusivamente la presenza di Dna maschile.
Stesso genere di appartenenza per il sangue ritrovato nel lavandino e nel bidet del bagno del primo piano dove dormivano i due fidanzati, mentre è femminile una macchia di sangue impressa su un interruttore della luce posizionato vicino alla toilette che però Giada dice di aver usato per pulirsi all’alba per via di un flusso mestruale abbondante.
In quali quantità e a chi appartengano queste tracce non è ancora dato di sapere. L’unico uomo presente in casa, dopo essere rientrato alle 7.00 del mattino alla fine del turno di servizio come guardia giurata all’aeroporto di Fiumicino, infatti, è il figlio maggiore della Camboni, Francesco Violoni, iscritto nel registro degli indagati il 19 giugno scorso ma tuttora a piede libero.
Ciò che i periti dovranno chiarire, dal punto di vista genetico, nel caso in cui il Dna ritrovato sul cadavere appartenga al primogenito che viveva insieme alla fidanzata nel villino della madre da circa un mese, è se quel Dna sia il risultato di una contaminazione ambientale inevitabile tra persone che coabitano, oppure se sia presente in modo così massiccio da far pensare a un estremo tentativo della donna di evitare i fendenti sferrati con forza e violenza dall’assassino.
Altre verifiche sono in corso sui reperti rintracciati diverse settimane dopo l’omicidio in un campo incolto di via Agropoli, abbastanza vicino a dove fu ritrovata, tra l’altro, l’auto dei Stefania Camboni con i finestrini aperti forse a simulare un tentativo di rapina poi proseguito in casa e culminato nell’accoltellamento letale.
Si tratta di un paio di guanti, di un maglioncino con tracce di sangue, del cellulare della signora e di un coltello ritenuto l’arma del delitto ma facente parte di un set di marca ‘masterchef’ formato da quattro lame, a suo tempo regalato da Giada all’ex compagno e trovato mancante di uno dei suoi elementi durante le perquisizioni effettuate nell’immediatezza dei fatti.
I risultati di questi accertamenti si conosceranno a settembre, al pari dell’attesissima perizia medico legale sull’ora esatta della morte che, sottolinea Anna Maria Anselmi “sarà decisiva per capire il ruolo di Giada Crescenzi nella vicenda, ma soprattutto di appurare se, quando la ragazza ha detto di aver sentito Stefania Camboni russare alle 4.30 del mattino stesse dicendo la verità oppure no. Una valutazione tutt’altro che semplice, anche perché l’anatomo patologo che ha effettuato i rilevi autoptici si è preso il tempo massimo di 90 giorni concesso dalla legge per presentare le sue conclusioni”.
Un tempo lungo, dunque, forse anche perché sembra che la temperatura basale sul cadavere sia stata presa diverse ore dopo il suo ritrovamento, fattore, quest’ultimo che potrebbe aver influito in modo significativo sull’ampiezza dell’orario presumibile del decesso.
La vita di Giada Crescenzi nel carcere di Civitavecchia
Intanto Giada Crescenzi, ancora reclusa nel penitenziario femminile di Civitavecchia, oltre al danno di una detenzione che potrebbe durare un anno (termine entro cui decadono i termini di custodia cautelare per il delitto che le è stato contestato), sembra aver subito anche una beffa.
La 31enne, infatti, al pari delle alte detenute deve decurtare dalla sua diaria il costo dell’energia elettrica consumata per far funzionare la pala di ventilazione che rende le condizioni di permanenza in cella un po’ più tollerabili.
“Dal mese di agosto dovrebbero assegnarle anche un’attività lavorativa ‘intra moenia’ -sottolinea Anna Maria Anselmi- nell’ultimo incontro che abbiamo avuto con lei il 31 luglio ci è sembrata contenta dei primi riscontri emersi dagli accertamenti sul Dna che allontanano da lei i sospetti della procura”.
“Speriamo nella sua scarcerazione ma non sarà facile ottenerla, così come in caso di rinvio a giudizio, da quando per il reato di omicidio è stato abolito il ricorso al rito abbreviato, c’è il rischio che, ove fosse mai provata la sua colpevolezza, la pena inflitta non potrà essere inferiore ad almeno di 20/24 anni”.
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