Scandalo delle salme fatte a pezzi nel cimitero di Maccarese. Adesso su Ama pende la spada di Damocle dei risarcimenti. Dopo le misure disciplinari prese nei confronti dei dipendenti coinvolti negli illeciti l’azienda capitolina potrebbe, infatti, essere chiamata a rifondere in solido i danni subiti dai parenti dei defunti estumulati illegalmente. E questo vale per il cimitero tirrenico oltre che quello di Flaminio Prima Porta dove si sarebbero verificate identiche gravi irregolarità.
Scandalo delle salme fatte a pezzi nel cimitero di Maccarese, l’azienda municipalizzata potrebbe essere sommersa di richieste di indennizzo
“Ama ha disposto il licenziamento di sette dipendenti e la sospensione di altri quattro e i fascicoli, con i relativi dettagli sono già stati trasmessi alla Procura della Repubblica e al sindaco di Roma”, sottolinea l’avvocato Massimiliano Gabrielli che ha analizzato la vicenda in relazione ad alcune cause in parte assimilabili a quella esplosa nella capitale alcuni giorni fa e di cui si sta occupando da tempo.
Il nodo delle estumulazioni
L’elemento centrale su cui si concentrano le verifiche degli inquirenti riguarda la gestione dei corpi non ancora completamente mineralizzati. Secondo quanto ricostruito gli operatori coinvolti avrebbero fatto ricorso all’impiego di mazzette per frammentare i resti ancora non decomposti e forzare così l’inserimento del cadavere all’interno delle cassette ossario.
Il regolamento di polizia mortuaria
Il regolamento di polizia mortuaria (Dpr n. 285/1990) definisce il perimetro entro cui i resti dei morti possono essere trasferiti dalle tombe ai fornetti, peraltro più convenienti dal punto di vista degli oneri economici.
“L’articolo 86 del regolamento -spiega Gabrielli- autorizza la raccolta dei resti nei contenitori ossario unicamente quando il processo di mineralizzazione è giunto a naturale ed effettiva conclusione mentre l’articolo 87 vieta tassativamente qualsiasi intervento materiale volto a ridurre le dimensioni della salma con la forza. Se il corpo non è pronto, le uniche strade consentite sono la ritumulazione o l’avvio alla cremazione”.
Il profilo penale
Ma oltre alle violazioni amministrative su cui si fondano i licenziamenti e le misure disciplinari adottate da Ama c’è anche l’aspetto rilevante dal punto di vista penale. La normativa impone l’obbligo di segnalazione alla magistratura di reati come il vilipendio di cadavere (art. 410 c.p.), la distruzione o soppressione di salme (art. 411 c.p.) e l’eventuale truffa, qualora venissero confermate le indiscrezioni di stampa su presunte richieste di denaro ai familiari per abbreviare o facilitare le pratiche.
Verifiche sui registri e precedenti
Bisognerà, infatti, consultare i dettagli dei registri di estumulazione, gli ordini di servizio e la composizione delle singole squadre di lavoratori per stabilire con precisione se si sia trattato di episodi isolati o di un sistema consolidato nel tempo.
Non è purtroppo la prima volta che i cimiteri capitolini finiscono sotto i riflettori della giustizia, nel 2020 la sezione lavoro della Cassazione si pronunciò sul licenziamento di un operatore accusato di aver smembrato un corpo e preteso danaro dai parenti. Nel 2016: sempre a Prima Porta, un errore procedurale portò alla cremazione di una salma destinata alla sepoltura tradizionale.
“Tragici precedenti si riscontrano anche a livello nazionale, come il caso del cimitero del Mirteto a Massa (cremazioni multiple e resti accumulati nei sacchi) e la drammatica vicenda del Tempio Crematorio di Biella, dove le indagini documentarono una gestione industriale e illecita delle cremazioni, culminata in condanne penali e maxi risarcimenti civili per oltre due milioni di euro di cui ho avuto modo di occuparmi personalmente”, sottolinea l’avvocato Gabrielli.
Prospettive legali e responsabilità di Ama
Pur sottolineando che allo stato attuale non vi sono elementi per assimilare la vicenda romana ai quadri sistematici di Biella o Massa, la gravità delle accuse impone la massima trasparenza.
“Se le condotte materiali e le eventuali estorsioni venissero confermate in sede giudiziaria, per le famiglie coinvolte si aprirebbe la strada delle azioni civili per il risarcimento dei danni morali e patrimoniali. In quanto ente concessionario di un pubblico servizio -rimarca il legale- la stessa Ama potrebbe essere chiamata a rispondere in sede civile delle condotte illecite poste in essere dai propri dipendenti od operatori nell’esercizio delle loro mansioni”.
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