Meraviglia a largo di Ostia: ricerca svela i segreti di mamma delfino ‘Sagittario’ alle Secche di Tor Paterno (FOTO)

L'ecologa Daniela Pace racconta a Geo la storia emozionante di 'Sagittario', mamma delfino residente a largo di Ostia e il suo legame con la nursery delle Secche di Tor Paterno

Foto di Daniela Silvia Pace, CoNISMa-Università di Roma Tor Vergata

A largo di Ostia vive una comunità complessa e loquace di delfini che si identificano attraverso veri e propri nomi acustici. Ospiti negli studi di Geo, l’ecologa marina Daniela Silvia Pace e l’istruttrice subacquea Sabrina Macchioni, hanno svelato i retroscena di uno straordinario studio dedicato alla vita dei tursiopi.

L’ecologa Daniela Pace racconta a Geo la storia emozionante di ‘Sagittario’, mamma delfino residente a largo di Ostia e il suo legame con la nursery delle Secche di Tor Paterno

L’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno tutelata dall’Ente Roma Natura, non finisce mai di stupire, e stavolta lo fa con un altro tassello incredibile e poco conosciuto, di questa realtà ecologica unica nel panorama mediterraneo.

Situata a circa sette miglia al largo della costa tra Ostia e Torvaianica, proprio di fronte alla Tenuta Presidenziale di Castelporziano, questa riserva ha la particolarità di essere completamente sommersa, con rocce calcaree emergenti dal fondale che creano una vera catena montuosa sottomarina, coperta da gorgonie, alcionari e sterminate praterie di Posidonia oceanica.

Proprio quest’ultima, agisce da fondamentale polmone verde in grado di rilasciare fino a 20 litri di ossigeno al giorno per metro quadrato, rappresentando al contempo un rifugio sicuro e una vera e propria nursery naturale per la fauna marina.

Come ricordato da Sabrina Macchioni esperta subacquea del Blue Marlin Diving Center del Porto turistico di Roma, dal 2000 ad oggi la tutela del sito ha consentito un ripopolamento straordinario di cernie e pesci di ogni genere, che mostrano ormai grande confidenza verso i subacquei.

Ma all’interno di questo ambiente marino straordinario, si muove anche una popolazione di tursiopi, i delfini costieri seguiti da oltre un decennio dal team del CoNISMa – Università di Roma Tor Vergata guidato dall’ecologa marina Daniela Silvia Pace.

Ben 150 residenti, con una netta prevalenza di femmine che collaborano nell’allevamento della prole, dei circa 500 individui stimati che frequentano l’area tra la foce del Tevere e le Secche.

L’emozione della ricerca e le mamme delfino delle Secche di Tor Paterno

Oltre al rigore dei dati scientifici, lo studio condotto dal CoNISMa-Università di Roma Tor Vergata porta con sé una forte dimensione umana. Daniela Silvia Pace ha raccontato cosa significhi, per un ricercatore, riconoscere stagione dopo stagione gli stessi individui: «Ci sono femmine che osserviamo ormai da anni e che abbiamo visto dare alla luce fino a tre piccoli. Identificarle, ritrovarle nel tempo e osservare la crescita dei loro piccoli significa, in qualche modo, seguirne le storie di vita».

Tra le storie più emozionanti emerse durante le indagini, c’è quella della femmina di delfino ribattezzata “Sagittario”, seguita negli anni insieme ai suoi piccoli e diventata simbolo di quanto l’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno, tutelata dell’Ente Roma Natura, rappresenti un habitat importante per la crescita e l’allevamento della prole.

Una storia che racconta il valore di quest’area per i tursiopi e permette ai ricercatori di seguire nel tempo la vita di intere generazioni a pochi km dalla Capitale.

I fischi-firma e la comunicazione dei delfini

Uno degli aspetti più affascinanti delle ricerche condotte al largo di Ostia riguarda la comunicazione acustica. I tursiopi possiedono un repertorio vocale complesso, che comprende fischi e particolari vocalizzazioni, come gulps e grunts, che ricordano il raglio di un asino.

Particolarmente interessanti sono i cosiddetti “fischi-firma”, vocalizzazioni dal profilo caratteristico che ciascun individuo sviluppa e utilizza per segnalare la propria identità, una sorta di firma acustica personale.

Associando la fotoidentificazione delle pinne dorsali – riconoscibili grazie a tacche, graffi e altri segni distintivi – alle registrazioni acustiche, i ricercatori sono riusciti a catalogare questi fischi a largo di Ostia e, una volta associati ai singoli individui, riconoscerne la presenza anche quando sono sott’acqua.

L’ascolto del soundscape e le minacce legate all’uomo

Per captare i suoni emessi dai delfini, i ricercatori hanno posizionato alle Secche di Tor Paterno speciali idrofoni che registrano il soundscape, ossia il paesaggio sonoro marino: l’insieme dei suoni di origine biologica, naturale e antropica che caratterizzano questo ambiente.

L’analisi ha portato con sé gioie e dolori, mostrando come il mare di Roma sia tutt’altro che silenzioso. Alle vocalizzazioni degli animali si sovrappongono infatti i rumori prodotti dalle attività umane, compreso quello delle grandi petroliere dirette agli impianti offshore e del traffico nautico.

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Foto di Daniela Silvia Pace, CoNISMa-Università di Roma Tor Vergata

Il rumore antropico rappresenta una forma di inquinamento tanto pervasiva quanto invisibile. Nei delfini l’esposizione al rumore può provocare stress, mascherare segnali acustici importanti e determinare modificazioni del comportamento: effetti particolarmente rilevanti per animali come i tursiopi, che utilizzano il suono per comunicare, orientarsi e localizzare le prede.

Eppure è una problematica alla quale si presta ancora poca attenzione. Quando si parla di tutela dell’ambiente marino ci si concentra soprattutto sull’inquinamento chimico o sulla plastica, mentre la componente acustica dell’ambiente rimane spesso in secondo piano.

Per Daniela Silvia Pace, tutelare davvero i delfini significa preservare la specie insieme all’ambiente in cui vive, considerando nel loro insieme le diverse pressioni che agiscono sull’ecosistema: “Il rumore prodotto dalle attività umane è una di queste e può sommarsi ad altri fattori di disturbo. Il tursiope, proprio perché considerato una specie sentinella, può aiutarci a comprendere gli effetti di queste pressioni sull’ambiente marino. Proteggerlo significa quindi tutelare non soltanto una specie, ma l’ecosistema di cui è parte”