(Adnkronos) – La guerra non è finita. Lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso e al centro dello stallo tra Iran e Usa. Non sono mai iniziati negoziati nel dettaglio sul controverso programma nucleare. Gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco dei porti iraniani. Teheran chiede concessioni a cui l’Amministrazione Trump ha detto ‘no’. E l’Amministrazione ha pubblicamente rinnegato diversi punti chiave del memorandum del 17 giugno con l’Iran, compreso lo sviluppo di un piano “con almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo” del Paese, una revoca delle sanzioni per consentire alla Repubblica islamica di vendere l’oro nero e un “dialogo” tra Iran e Oman sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Tanto che Donald Trump si è spinto fino a minacciare di bombardare l’Oman (alleato degli Usa), “se dovesse mettersi in mezzo”. E’ il quadro, come sintetizza il Washington Post, dopo che si è chiusa la finestra di 60 giorni prevista dal memorandum per l’avvio di colloqui che trasformassero quella che era stata presentata come una tregua in qualcosa di più ambizioso. Ed è, osserva il Post, quel genere di conflitto senza fine che il tycoon sosteneva di essere in grado di evitare, un conflitto senza una evidente soluzione militare, senza una svolta diplomatica all’orizzonte e con costi economici e politici di non poco conto. Così, evidenzia il giornale, prolungare lo stallo rischia di lasciare il presidente americano con una guerra che mina uno dei presupposti fondamentali della sua identità.
Passati 60 giorni dal memorandum, invece di celebrare un accordo sul nucleare che avrebbe potuto giustificare le operazioni militari contro l’Iran, Trump – osserva la Cnn – ha sfogato la sua frustrazione prendendo di mira ‘amici’ degli Stati Uniti. Non solo l’Oman. Anche l’ordine al Pentagono di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, altro alleato di Washington. Così, rileva la rete americana, Trump è sembrato intenzionato a capovolgere deliberatamente tutto quello che il mondo credeva di sapere sulla potenza americana e sui valori della politica estera e il ‘caso’ Oman e il ‘caso’ Corea del Sud sono “sintomatici di una politica estera priva di una strategia convenzionale, che mette deliberatamente da parte diplomatici ed esperti e sembra scaturire unicamente dal suo istinto”.
“Mentre durante il primo mandato” alla Casa Bianca “si è distinto per la sua imprevedibilità, nel secondo mandato” Trump è “sulla buona strada per stabilire il primato di persona estremamente inaffidabile”, ha commentato con Jim Sciutto su Cnn International Christopher Hill, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato e ambasciatore. E, osserva la rete, è un segnale della polarizzazione della politica americana il fatto che la politica estera del tycoon, che chi all’estero critica vede come un indebolimento del potere americano e delle alleanze che lo hanno sostenuto, sia invece considerata un enorme successo nel mondo di Trump. “Gira una bufala secondo cui l’America di oggi sarebbe troppo inaffidabile per poter ancora collaborare – ha detto da Manila la scorsa settimana Elbridge Colby, responsabile per le questioni politiche del Pentagono – Prima l’America era al tempo stesso prevedibile da un punto di vista negoziale, ma spesso rigida”. E ha parlato di “un nuovo approccio definito dal buon senso” e di “realismo repubblicano, orientato a mettere concretamente gli americani al primo posto”.
Trump sostiene di non avere “fretta”. Ma si avvicinano le elezioni di Midterm. E a fine agosto saranno passati sei mesi da quando il 28 febbraio Usa e Israele avviarono operazioni militari contro l’Iran a cui Teheran non ha mancato di rispondere. La guerra ha contribuito a intaccare la fiducia degli elettori nel presidente e potrebbe avere conseguenze più ampie sulle elezioni di Midterm, ha affermato Lee Miringoff, direttore del Marist University Institute for Public Opinion, citato dal Post. “Per molti elettori la guerra in Iran è legata all’economia”, evidenzia. Alan Eyre, ex diplomatico che ha fatto parte del team negoziale Usa che lavorò all’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015 (da cui gli Stati Uniti si ritirarono tre anni dopo, all’epoca del primo mandato di Trump alla Casa Bianca) e che ora è al Middle East Institute, sottolinea come questa guerra abbia “sconvolto un sistema complesso”.
A quasi sei mesi da quel 28 febbraio, scrive ancora il Post, la popolarità di Trump si è indebolita con il protrarsi del conflitto ed emerge un calo di consensi tra i repubblicani. Secondo un sondaggio di Economist-YouGov pubblicato la scorsa settimana, l’approvazione del leader Usa tra i repubblicani è al 79%, il livello più basso del suo secondo mandato ed è passata dal 68% al 48% la percentuale di repubblicani che approvano al 100% il suo operato. Non c’è solo il conflitto. Gli elettori hanno manifestato frustrazione per l’inflazione, i prezzi della benzina e molto altro. Ma, evidenzia il Post, si tratta di problemi sempre più intrecciati.
Per Robert Kagan di Brookings Institution citato dal Post, Trump ha poche opzioni militari valide in Iran e gli Usa hanno di fatto perso il controllo dello Stretto di Hormuz per il prossimo futuro, fatto che rende l’Amministrazione sempre più dipendente dalla pressione economica. E, rimarca il giornale, i funzionari dell’Amministrazione affermano che la Casa Bianca insiste molto sulla speranza che la campagna di pressioni economiche spinga l’Iran al ‘breaking point’. Ma, è la considerazione di Kagan, se i prezzi della benzina resteranno relativamente stabili e gli Usa eviteranno un’altra guerra prolungata, l’Iran potrebbe gradualmente uscire dall’attenzione degli elettori. Così Kagan afferma di “riuscire a immaginare una situazione in cui alla maggior parte degli americani non importerebbe della sconfitta strategica” in assenza di operazioni militari contro l’Iran e “se il prezzo della benzina non aumentasse”. In questo modo Trump “potrebbe ottenere una vittoria politica da una dannosa sconfitta militare” e dovrà solo “saperla presentare ai suoi elettori”.
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