Inferno Regina Coeli: sovraffollamento al 196% e celle roventi. “Così si perde ogni traccia di umanità”

Condizioni al limite nei bracci di Regina Coeli. La testimonianza dell'avvocato Eleonora Piraino tra caldo soffocante e 1.071 detenuti: "In sei per 22 ore al giorno in spazi invivibili"

Una cella di Regina Coeli

Serve qualche ora prima di riuscire a mettere nero su bianco ciò che si vede varcando la soglia di un carcere. E quello che si vede a Regina Coeli fa paura. A dirlo è l’avvocato Eleonora Piraino, consigliera della Camera Penale di Roma, al rientro da una visita all’istituto romano assieme al direttivo e alla relativa Commissione Carcere.

Condizioni al limite nei bracci di Regina Coeli. La testimonianza dell’avvocato Eleonora Piraino tra caldo soffocante e 1.071 detenuti: “In sei per 22 ore al giorno in spazi invivibili”

«Ogni volta che esco da un istituto di pena mi ritrovo con la testa piena di immagini e di storie – racconta la penalista –. Ho bisogno di lasciarle sedimentare prima di poterle raccontare».

Se i numeri sulla carta erano già noti, l’impatto visivo con la realtà descritta da Piraino restituisce la dimensione di un’emergenza non più sostenibile: a fronte di una capienza regolamentare che potrebbe ospitare al massimo 560 persone, il giorno della visita nei bracci di Regina Coeli ne stipavano ben 1.071, portando il tasso di sovraffollamento alla soglia drammatica del 196%.

Inferno Regina Coeli: sovraffollamento al 196% e celle roventi. "Così si perde ogni traccia di umanità" 1

Una pressione umana insostenibile, resa quasi inumana da un caldo soffocante e senza tregua, che trasforma gli ambienti in vere e proprie fornaci dove anche solo respirare diventa un’impresa.

In questo contesto al limite della vivibilità, gli spazi sono stati letteralmente stravolti: celle nate per un solo detenuto ne stipano oggi tre, costretti a dormire su alti letti a castello a tre piani che sfiorano il soffitto, mentre le stanze pensate per tre persone ne arrivano a contenere sei, chiuse insieme per 22 ore al giorno.

«Solo a guardarle ti manca l’aria», sottolinea la consigliera della Camera Penale.

Ad aggravare il quadro vi è la calura estiva. L’avvocato Piraino riferisce di aver provato più volte una sensazione di capogiro durante la visita, nonostante l’uso di un ventaglio. Per chi è recluso, tuttavia, quel caldo rappresenta una condizione costante e senza tregua, dal momento che a molti detenuti, per ragioni di sicurezza, non è consentito possedere nemmeno un ventilatore.

A questo si aggiunge la presenza delle “gelosie”, le schermature metalliche poste davanti alle finestre per impedire la visuale verso l’interno e l’esterno. D’estate, spiega la penalista, quelle strutture di ferro diventano incandescenti, soffocando il ricircolo dell’aria e rendendo l’ambiente interno ancora più invivibile.

Il dramma dei suicidi e il nodo degli affetti

Ma il racconto si sofferma soprattutto sulle persone. Tra le testimonianze raccolte, la penalista cita quella di un ragazzo giovanissimo che, soltanto il giorno precedente alla visita, ha tentato di togliersi la vita impiccandosi con un lenzuolo, salvato in extremis dai compagni di cella. Il padre del giovane, residente in Tunisia, è malato terminale di cancro: il ragazzo sa che probabilmente non lo rivedrà mai più e chiede soltanto di poter effettuare una videochiamata.

Il tema dei suicidi e della distanza dai familiari emerge come una delle sofferenze più acute. Un altro recluso ha confidato alla delegazione che il peso maggiore della detenzione non è legato al cibo o al caldo, ma all’impossibilità di comunicare con la propria famiglia all’estero. Il regolamento concede infatti 140 minuti complessivi al mese, divisi tra sei telefonate da dieci minuti e una videochiamata settimanale di venti minuti.

«Mio figlio lo vedo solo durante quei venti minuti», ha riferito il detenuto a Eleonora Piraino, avanzando anche una riflessione sul fenomeno dei telefoni introdotti clandestinamente negli istituti: secondo l’uomo, una delle ragioni principali sarebbe proprio il bisogno primario di mantenere i contatti con i propri cari. Una considerazione che ha portato la consigliera della Camera Penale a una riflessione: «Mantenere un rapporto con la propria famiglia non elimina la pena, ma può renderla più umana».

Il paradosso dei documenti di identità

Infine, il “reportage” fa luce su un problema burocratico poco noto ma dalle conseguenze dirette sulla gestione della popolazione carceraria: il rinnovo dei documenti d’identità.

I detenuti di nazionalità italiana non hanno la possibilità di uscire per sbrigare le pratiche e gli uffici comunali non effettuano il servizio all’interno della struttura. Di conseguenza, senza una carta d’identità valida, diverse comunità terapeutiche si vedono impossibilitate ad accogliere i detenuti per percorsi alternativi alla detenzione, anche nei casi in cui il posto sia già stato assegnato. Un ulteriore ostacolo burocratico che blocca il reinserimento sociale e contribuisce a mantenere saturi gli spazi del carcere romano.