Un clamoroso errore giudiziario durato 13 anni, si è concluso a Roma con l’assoluzione in Appello per Daniele Vinci. Accoltellato al torace durante una lite, finì in fin di vita ma fu paradossalmente condannato a sette anni e mezzo, per tentato omicidio. Ora la verità è stata ristabilita grazie a nuove indagini.
Ribaltata la sentenza choc del 2021 per Daniele Vinci, scagionato dopo 13 anni di incubo: criminologo smonta le accuse cercando il testimone chiave porta a porta
Tutto ha avuto inizio la primavera di tredici anni fa, esattamente il 18 maggio del 2013, tra le strade del quartiere Tor Tre Teste, nella periferia est della Capitale.
L’incrocio tra via delle Alzavole e via delle Cincie diventa il teatro di una lite violentissima che sfocia nel sangue, su cui iniziano a indagare gli agenti della Polizia di Stato del Commissariato Casilino Nuovo.
Daniele Vinci si scontra duramente con un conoscente, ma ad avere la peggio è proprio lui: viene colpito con un coltello a serramanico al torace: le ferite sono gravissime, tanto da costringerlo a un ricovero d’urgenza in ospedale con prognosi riservata, letteralmente in bilico tra la vita e la morte.
Il suo rivale, al contrario, esce dalla colluttazione con ferite lievi, giudicate guaribili dai medici in appena cinque giorni.
L’assurda dinamica e la condanna di primo grado
Da quel marciapiede insanguinato prende il via un percorso giudiziario che assume i contorni del paradosso assoluto. Nonostante Vinci fosse rimasto gravemente ferito e avesse rischiato di morire per la coltellata, l’impianto accusatorio si ribalta in modo inaspettato.
Viene formalmente accusato di aver cercato di colpire mortalmente il suo aggressore alla testa utilizzando un mattone. Sulla base delle testimonianze raccolte durante la primissima fase del processo, si arriva a un esito clamoroso nel 2021: il Tribunale di Roma condanna Vinci a sette anni e sei mesi di reclusione per tentato omicidio, aggiungendo anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
All’uomo che lo aveva accoltellato, invece, viene addirittura riconosciuta la legittima difesa, con la giustificazione di aver agito per proteggersi.
La svolta in Appello e l’importanza delle indagini difensive
Davanti a una sentenza che distorceva completamente la realtà dei fatti, la difesa non si è arresa. Il caso è stato preso in carico dall’avvocato Gabriele Colasanti, supportato dal team legale dell’Associazione Pro Territorio e Cittadini Odv di Roma.
Il giudizio di secondo grado, celebrato davanti alla Prima Sezione Penale della Corte d’Appello di Roma, ha portato a una rivalutazione totale della vicenda. “Si tratta di una vicenda che dimostra quanto sia fondamentale, per chi si trova coinvolto in un procedimento penale, poter esercitare pienamente il diritto di difesa anche attraverso lo strumento delle indagini difensive”, ha commentato l’avvocato Colasanti, sottolineando come la sentenza confermi “il ruolo decisivo di un’attenta valutazione delle prove da parte dei giudici, soprattutto nei processi più complessi e delicati”.
La ricostruzione del crimine e il testimone fantasma
A scardinare le certezze del primo grado è stato un minuzioso lavoro tecnico e investigativo per smontare il quadro pezzo per pezzo.
La scena del crimine è stata interamente ricostruita grazie all’intervento del criminologo Roberto Colasanti. Il primo clamoroso abbaglio portato alla luce, ha riguardato proprio un testimone dell’accusa: la difesa ha dimostrato in aula che questa persona, per questioni di pura distanza fisica e a causa della presenza di un albero enorme che bloccava completamente la visuale, non avrebbe mai potuto assistere ai fatti che aveva raccontato.
Ma il vero capolavoro investigativo è stato il ritrovamento di “Massimo”. Fin dal primo momento, Vinci aveva indicato il nome di questo testimone oculare. Nessuno lo aveva mai cercato davvero, finché il team difensivo non si è messo a battere le strade di Tor Tre Teste, cercando quest’uomo porta a porta, con enorme fatica, fino a rintracciarlo e farlo deporre.
L’ombra del mattone inesistente e l’assoluzione definitiva
L’ultimo tassello per far crollare l’accusa è stato di natura medica e scientifica. La difesa è riuscita a dimostrare in modo inconfutabile che le lievi ferite riportate dalla presunta vittima dell’aggressione (l’uomo con la prognosi di cinque giorni) non erano assolutamente compatibili né riconducibili a colpi inferti con un mattone, come invece era stato inizialmente imputato a Vinci.
Un dettaglio dirimente, che ha portato la Corte a cancellare la condanna. Come ha spiegato con chiarezza la difesa, è stato “dimostrato sotto il profilo tecnico che non c’era stata nessuna aggressione da parte di Vinci e soprattutto che lo stesso fosse la vittima di un’aggressione e non un soggetto violento responsabile del tentato omicidio”.
La fine di un incubo lungo 13 anni
Oggi Daniele Vinci è un uomo libero da ogni accusa, prosciolto in modo definitivo dopo un calvario che ha divorato un pezzo importante della sua vita. “Con la sentenza della Corte d’Appello si conclude così un lungo percorso giudiziario durato tredici anni, che ha visto il completo superamento delle accuse di tentato omicidio”, ha dichiarato l’avvocato Gabriele Colasanti.
Per il legale, questa pronuncia dei giudici “Restituisce al signore Vinci piena fiducia nella giustizia, ma resta l’amaro in bocca per il tempo trascorso. L’unica nota negativa di questa assurda vicenda infatti – conclude l’avvocato – è che la posizione del mio assistito sia stata chiarita dopo 13 anni dai fatti, il che ancora una volta, apre un tema sulle tempistiche della giustizia”.


















