Orrori sui bambini e sequestri internazionali: rete criminale si nascondeva tra Roma e provincia

Abusi su un bimbo di tre anni e sequestri di persone: i latitanti più ricercati d'Europa avevano trovato rifugio tra la Capitale e Pomezia

Quattro pericolosi latitanti ricercati in ambito internazionale per reati gravissimi, che spaziano dal sequestro di persona fino a tremendi abusi e maltrattamenti continuati ai danni di bambini indifesi, si nascondevano indisturbati sul territorio di Roma e provincia, convinti di aver trovato in Italia il rifugio perfetto per la loro fuga.

Abusi su un bimbo di tre anni e sequestri di persone: i latitanti più ricercati d’Europa avevano trovato rifugio tra la Capitale e Pomezia

Il territorio della Capitale e la sua area metropolitana erano diventati la base logistica e il nascondiglio segreto per soggetti colpiti da pesanti provvedimenti restrittivi esteri.

La vicenda core risiede nell’ombra di crimini efferati commessi oltre i confini nazionali, le cui tracce hanno condotto direttamente nel Lazio. Tra i profili emersi spicca in modo drammatico quello di una 39enne proprietaria di un asilo nido in Tunisia, fuggita dopo la scoperta di sistematici maltrattamenti, abbandono di minori

Nei suoi confronti anche l’accusa di una pesante complicità in atti di violenza sessuale aggravata su un bambino di soli 3 anni, orrori per i quali la donna rischia ora una condanna fino a 20 anni di reclusione.

Parallelamente, le indagini hanno fatto luce sulla presenza di un’altra donna, un’italiana ricercata in territorio tedesco per sistematici reati contro il patrimonio e passibile di una pena fino a 10 anni di carcere.

La mappa della latitanza toccava anche la cittadina di Pomezia, dove si era stabilito un uomo di origine slovacca, sul quale pendeva una pesante accusa per i reati di sequestro di persona e sottrazione di persone incapaci commessi all’estero, crimini che nella sua legislazione d’origine prevedono una pena massima di 15 anni di reclusione.

Le indagini e la cattura dei fuggitivi

La complessa operazione scaturisce dall’azione coordinata della Procura della Repubblica di Roma, attraverso il Dipartimento criminalità diffusa e grave e il Gruppo Esecuzione. L’impulso decisivo per rintracciare la 39enne tunisina è arrivato da una nota internazionale emessa dal Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia tramite la Divisione Interpol, che ha diramato una Red Notice globale.

Le autorità tunisine avevano formalmente indicato lo Stato italiano come probabile meta per la latitanza. Gli investigatori dell’Arma, attraverso mirate attività di intelligence, analisi e lunghi servizi di osservazione sul campo, sono riusciti a stringere il cerchio attorno al domicilio della ricercata.

Una volta individuata, l’identità della donna è stata confermata in modo inequivocabile grazie ai riscontri dattiloscopici effettuati sui rilievi delle impronte digitali. La donna è stata quindi prelevata e condotta nel carcere romano di Rebibbia, dove si trova attualmente reclusa in attesa del completamento delle complesse procedure finalizzate all’estradizione verso il Paese d’origine.

Le implicazioni dell’azione criminale disarticolata

Il successo dell’operazione, che ha portato anche all’arresto del latitante slovacco a Pomezia e di un cittadino romeno, si deve alla comunicazione costante tra le forze di polizia italiane e quelle estere. Le indagini sul territorio di Pomezia sono state infatti condotte in stretta sinergia con le divisioni S.I.RE.N.E. e F.A.S.T., i nuclei speciali deputati alla ricerca attiva dei fuggitivi.

La presenza simultanea di criminali di tale spessore nell’hinterland romano solleva pesanti interrogativi sulle reti di complicità e sui canali di supporto logistico di cui i latitanti godevano per muoversi liberamente sul territorio.