E’ una sentenza destinata a costituire giurisprudenza quella ottenuta dal concessionario dello stabilimento balneare “La Bonaccia” nei confronti del Comune di Roma che pretendeva il raddoppio del canone per presunte irregolarità. Poiché il comportamento adottato dai tecnici dell’amministrazione capitolina riguarda anche diversi altri stabilimenti balneari, accusati di abusi e irregolarità, c’è da ritenere, infatti, che a cascata la sentenza produrrà effetti generali sulle spiagge di Ostia.
Il Consiglio di Stato accusa il Comune di Roma di aver preteso canoni abnormi con la scusa non dimostrata di irregolarità: nel caso, risalente al 2016, usate “imprecisioni, sviamenti e contraddizioni”
La vicenda riguarda fatti compresi tra il 2016 e il 2020. E’ in quell’epoca che il Campidoglio, dichiarando di aver effettuato un’ispezione il 26 aprile 2016 nello stabilimento balneare “La Bonaccia” di Ostia, ravvisa difformità per le quali impone un canone aggiuntivo di 20.442 euro l’anno rispetto a quello ordinario. Il Comune di Roma l’11 dicembre 2020, così, ingiungeva un pagamento totale di 42.219 euro “a titolo in parte di canone demaniale e in parte di indennizzo per l’occupazione e l’uso di aree demaniali in difformità dal titolo concessorio”. Già il 6 giugno 2024 i giudici amministrativi del Tar davano ragione al concessionario e respingevano gli atti del Comune di Roma che faceva ricorso al Consiglio di Stato.
La sentenza del Consiglio di Stato
Oggi, giovedì 19 febbraio, la sentenza del Consiglio di Stato (Claudio Contessa Presidente, Pietro De Bernardinis Estensore) che non solo respinge il ricorso del Campidoglio dando ragione al concessionario de “La Bonaccia” (rappresentato dagli avvocati Stefano Zunarelli e Vincenzo Cellamare) ma censura pesantemente il comportamento dell’amministrazione locale.
Nelle pretese avanzate dal Comune di Roma nei confronti del concessionario, “l’azione della P.A. si rivela costellata, da imprecisioni, sviamenti e contraddizioni, tali da pregiudicare l’atto impositivo in modo irrimediabile“ sostengono i giudici. Affermazioni, quelle fatte dai tecnici capitolini, che vengono smentite persino dalla Capitaneria di Porto. “Tale circostanza comprova dell’illegittimità degli atti gravati e, in specie, dell’ordine di pagamento” aggiungono.
E, si badi bene, il Consiglio di Stato accusa anche l’amministrazione capitolina di aver mentito: nella vicenda, infatti, “non emergono elementi dai quali possa desumersi l’effettivo svolgimento del contraddittorio tecnico di cui parla l’appellante”. Vale a dire che dopo l’ispezione del 2016 nella quale sarebbero state riscontrati abusi, non si è data la facoltà al concessionario di dimostrare l’errore dei tecnici comunali contrariamente a quanto sostiene l’amministrazione. “Risulta dimostrato a carico degli atti impugnati altresì il vizio di difetto di motivazione, che consiste nell’incapacità della motivazione del provvedimento di assolvere alla funzione che le è propria, cioè quella di esternare le ragioni dell’atto” recita la sentenza.
Il Collegio mette in luce un fatto devastante per la credibilità amministrativa: le metrature delle presunte pertinenze indicate da Roma Capitale cambiano continuamente negli atti — 468 mq, poi 76mq, poi 149,76, poi 225,76. Ma, soprattutto, “non emergono dagli atti gli elementi probatori dell’utilizzo difforme del bene in concessione”.
Il Comune di Roma è stato condannato a uniformarsi alla sentenza ovvero a restituire al concessionario la maggiorazione di canone pretesa.
Poiché molti altri concessionari hanno ricevuto contestazioni simili a quelle del gestore dello stabilimento balneare “La Bonaccia”, rischia di crollare il castello accusatorio di difformità, abusi, irregolarità contestate da anni negli impianti di Ostia. E, a cascata, il Campidoglio dovrà rifondere a tutti i canoni maggiorati riscossi.
Una singolare coincidenza mette in luce che l’ispezione condotta ad aprile 2016 nello stabilimento balneare “La Bonaccia” dalla quale è derivata la falsa costatazione di irregolarità nell’estensione del bene demaniale è pressochè contemporanea a quella con la quale “La Casetta“, altro impianto di Ostia, venne accusata di abusi edilizi. Che quattro anni dopo vennero smentiti dal Tribunale di Roma. Ormai, però, la sua distruzione a opera dei vandali era stata consumata.


















