Le indagini che hanno portato all’arresto del primario di Nefrologia dell’ospedale Sant’Eugenio, Roberto Palumbo, sorpreso mentre riscuoteva tremila euro ritenute una mazzetta, sono iniziate dalla denuncia di un collega, il nefrologo e imprenditore Carmelo Antonio Alfarone, responsabile di un centro con sede a Ostia e Garbatella.
Il primario del Sant’Eugenio Roberto Palumbo ai domiciliari, l’inchiesta avviata da una denuncia partita da Ostia
Secondo la procura, il primario avrebbe dirottato i pazienti dimessi dall’ospedale — ancora bisognosi di terapie dialitiche — verso una serie di strutture convenzionate disposte a pagargli compensi illeciti. Nel mirino degli investigatori ci sono cinque cliniche specializzate in dialisi.
La denuncia e l’avvio delle indagini
Alfarone ha denunciato oltre un anno fa agli inquirenti di essere stato costretto a versare a Palumbo circa 700mila euro tra il 2019 e il 2021 per garantirsi il continuo invio dei pazienti alle sue cliniche. Un meccanismo che, secondo il racconto del denunciante, prevedeva un pagamento di 3.000 euro per ogni paziente, per un totale di 120mila euro, oltre a una serie di benefici personali destinati al primario: dall’affitto di un appartamento in via Gregorio VII, al mobilio della casa, fino al leasing della sua Mercedes.
A Roberto Palumbo sarebbero state messe inoltre a disposizione delle carte di credito dell’associazione, con cui — come documentato dagli investigatori — sarebbero state pagate cene, soggiorni e acquisti in negozi di lusso. Alfarone ha dichiarato anche di essere stato costretto ad assumere la compagna del medico, con un compenso mensile di 2.500 euro.
Il quadro ricostruito dagli inquirenti
Secondo la squadra mobile, oltre un anno di intercettazioni ha fatto emergere il presunto business legato alla dialisi. Le dazioni di denaro sarebbero avvenute in parte in contanti e in parte tramite false consulenze e un sistema di fatture fittizie emesse da una società creata ad hoc.
In una delle conversazioni captate, Palumbo dialoga con Maurizio Terra, amministratore unico di un centro per dializzati, invitandolo a “fare l’amministratore e godersi la vita”. Per gli investigatori, si tratta della prova di una trattativa che avrebbe permesso al primario di ottenere, tramite un imprenditore compiacente, un controllo di fatto sul 60% delle quote di una società attiva nella fornitura di strumentazioni per la dialisi.
La pressione sulle strutture che non accettavano il sistema
Oltre ai favori promessi agli imprenditori disponibili a pagare, gli inquirenti riferiscono che Palumbo avrebbe anche minacciato le cliniche che non si allineavano alle sue richieste: se non avessero accettato gli accordi, i pazienti dell’ospedale — ancora bisognosi di dialisi dopo la dimissione — avrebbero potuto essere “dirottati” altrove.
Nel caso di Alfarone, tutto ciò si sarebbe tradotto in una lunga serie di pagamenti documentati negli atti della procura: dall’affitto dell’appartamento, al leasing dell’auto, fino all’utilizzo delle carte di credito che gli investigatori hanno verificato attraverso movimenti e scontrini.
Il ruolo nell’ospedale e la posizione della difesa
Secondo la procura, Palumbo avrebbe costruito nel tempo una rete di rapporti che gli consentiva di garantire corsie preferenziali verso i “centri amici”, strutture che il Servizio sanitario regionale rimborsa fino a 1.000 euro per una seduta di emodiafiltrazione.
In un’intercettazione del 2024, una collaboratrice riferisce che, anche qualora avesse lasciato il Sant’Eugenio, il primario avrebbe comunque mantenuto il controllo dei flussi dei pazienti: “Da fuori continuerebbe a comandare”.
Di segno opposto la posizione del suo legale, l’avvocato Antonello Madeo, secondo cui “Roberto Palumbo è uno dei principali nefrologi italiani e le sue attività hanno portato benefici all’ospedale Sant’Eugenio”.
L’avvocato sostiene che non vi sia stata alcuna mazzetta e che “i soldi ricevuti erano compensi dovuti per le sue prestazioni professionali”.
Il giudice per le indagini preliminari dopo l’interrogatorio de primario ne ha disposto gli arresti domiciliari in sostituzione al carcere.


















