Un’organizzazione capace di ricorrere sistematicamente alla violenza e alla minaccia, sempre evocando il peso del nome, dei Senese. È il quadro delineato dal gip di Roma, Flavia Costantini, nell’ordinanza con cui ha disposto 14 misure cautelari eseguite all’alba di oggi dai carabinieri su delega della Direzione distrettuale antimafia della Capitale.
Colpi di pistola, violenze e omertà: le intercettazioni svelano il clima di terrore usato dal clan Senese per imporre il rispetto del proprio potere nella Capitale
Le accuse, a vario titolo, riguardano tentato omicidio, porto e detenzione illegale di armi, estorsione aggravata dal metodo mafioso e, in alcuni casi, finalizzata ad agevolare il clan Senese, oltre a un tentato sequestro di persona.
Tra gli arrestati figure note agli ambienti criminali e ultrà: Angelo Senese, fratello del boss Michele “’O Pazz’”, considerato dal giudice l’uomo con il ruolo più rilevante nell’intero gruppo; Ettore Abramo, detto Pluto, già vicino a Fabrizio Piscitelli “Diabolik”, storico capo ultrà della Lazio assassinato nel 2019.
Ma anche Girolamo Finizio, alias Cillo, nipote di “Michele ‘o pazzo” e riferimento del gruppo romanista Quadraro; i fratelli Alvise e Leopoldo Cobianchi, già coinvolti in indagini su estorsioni e appalti anche a Cortina d’Ampezzo; e Kevin Di Napoli, ex pugile di Ostia, in passato sopravvissuto a un agguato e più volte bersaglio di intimidazioni, tra cui l’esplosione di una bomba che la scorsa estate ha devastato la palestra del padre.
Il ruolo centrale di Angelo Senese
Nel provvedimento — 87 pagine — il gip evidenzia come Angelo Senese rivesta “un ruolo centrale”, ricordando che lo scorso gennaio è stato condannato in appello bis a 6 anni e mezzo, mentre il fratello Michele ha ricevuto una pena di 11 anni.
Il tentato sequestro
Le indagini hanno fatto emergere due tentati omicidi e un tentativo di sequestro ai danni di Daniele Salvatori, detto il Bove, colpevole di aver usato il nome dei Senese per intimidire un gioielliere romano durante un’estorsione. Una mossa che avrebbe scatenato la reazione del clan, deciso a difendere il proprio “nome” con modalità tipiche delle organizzazioni mafiose: minacce, pressioni e la prospettazione di pesanti conseguenze in caso di inimicizia.
In un’intercettazione, uno degli indagati si rivolge a Salvatori con tono inequivocabile:
“L’hai sentito a mio cognato Angelo? Sta nero… tieniteli buoni ’sti due amici che c’hai, compreso me”.
Una frase che provoca il panico dell’uomo, che insiste: “Io non l’ho mai nominato… solo rispetto porto io… se l’ho nominato sono un infame a vita”.
Ancor più esplicite le conversazioni di due indagati incaricati di rintracciarlo:
“Secondo me vogliono che glielo portiamo davanti… lo ammazzate st’infame, incaprettatelo… gli staccate le dita, fate quello che volete”.
Il rapimento non si concretizzò solo perché Salvatori fu nel frattempo fermato dai carabinieri per altre estorsioni. Ma le intercettazioni tra gli uomini designati all’azione restituiscono un clima di terrore: “Ho mandato un bacio a mia madre e a mio padre… mi veniva da piangere”, dice uno.
L’altro risponde: “Presentiamoci e basta, io non ce la faccio più… almeno sappiamo di che morte dobbiamo morire… se non vogliono sentire mi sparassero”.


















