Bimbo morto a Roma dopo un intervento al cuore: cinque medici a giudizio per omicidio colposo

Il piccolo Giacomo aveva solo due anni. Il processo a carico dei medici inizierà a novembre: la procura contesta errori nell’impianto di un pacemaker

Il piccolo Giacomo coi genitori

Cinque medici dell’ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma andranno a processo con l’accusa di omicidio colposo per la morte del piccolo Giacomo Saccomanno, un bimbo di appena due anni, deceduto il 3 gennaio 2019 in seguito a un intervento chirurgico.

Il piccolo Giacomo aveva solo due anni. Il processo a carico dei medici inizierà a novembre: la procura contesta errori nell’impianto di un pacemaker

A stabilirlo è stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, che ha fissato l’inizio del processo per il 19 novembre davanti alla nona sezione penale.

Il caso aveva già attirato l’attenzione dell’opinione pubblica negli scorsi anni, quando era stata aperta una prima inchiesta poi archiviata. Tuttavia, nuovi elementi portati all’attenzione della Procura di Roma hanno spinto i magistrati ad aprire un nuovo fascicolo che ha portato all’imputazione formale dei cinque sanitari.

La ricostruzione: un pacemaker impiantato male e ritardi nei soccorsi

Giacomo era nato a Rosarno, in Calabria, con una grave patologia cardiaca congenita. Per questa ragione era stato affidato alle cure del Centro Cardiologico Pediatrico Mediterraneo dell’Ospedale Bambino Gesù, presso la sede di Taormina. Successivamente, il bimbo era stato trasferito a Roma, dove si è consumata la tragedia.

Secondo quanto ricostruito dalla Procura, durante le fasi critiche dell’intervento chirurgico i medici avrebbero commesso degli errori: l’impianto del pacemaker sarebbe stato effettuato in maniera errata, e il personale sanitario sarebbe intervenuto con un “macroscopico ritardo”. Inoltre, le cannule arteriosa e venosa sarebbero state mal posizionate nella parte sinistra del collo del piccolo paziente, che si trovava in una condizione di arresto cardiocircolatorio prolungato.

Le accuse: negligenza, imprudenza e imperizia

Il capo d’imputazione è chiaro: per i medici imputati si parla di negligenza, imprudenza e imperizia nella gestione dell’intervento e delle fasi post-operatorie. Una condotta che, secondo i magistrati, avrebbe determinato il tragico decesso del bambino.

Durante l’udienza preliminare, un pubblico ministero diverso da quello titolare del fascicolo aveva richiesto il non luogo a procedere o in alternativa una perizia tecnica, ma il giudice ha deciso per il rinvio a giudizio di tutti gli indagati.

I familiari chiedono giustizia: costituiti parte civile

Nel procedimento penale si sono costituiti parte civile i genitori e i nonni di Giacomo, assistiti dagli avvocati Jacopo Macrì e Domenico Naccari. Per loro, l’inizio del processo rappresenta un primo passo nella lunga battaglia per ottenere la verità sulla morte del loro piccolo.

Il rinvio a giudizio, per il legale dei medici “decisione incomprensibile”

Una decisione che ha dell’incomprensibile anche a fronte delle richieste della procura che aveva insistito per l’espletamento di una perizia e comunque per il proscioglimento degli indagati“, dichiara l’avvocato Gaetano Scalise difensore dei medici rinviati a giudizio.

La circostanza che le posizioni siano state tutte accomunate, senza alcuna differenziazione, dimostra un approccio superficiale alle questioni prospettate nel corso dell’udienza e che avremo comunque modo di fare apprezzare in dibattimento. Si tratta di una vicenda certamente triste nella valutazione della quale ha prevalso la componente umana”.

Il nonno del piccolo: “Giacomo poteva essere salvato”

Non posso che essere felice della decisione del gup. Dopo anni di lotte, perizie fasulle per le quali c’è anche un avviso di conclusione delle indagini contro i primi periti: è stata una battaglia enorme e oggi finalmente posso dire che si vede un po’ di luce”, dice Giacomo Saccomanno, nonno e omonimo del piccolo.

Il processo probabilmente finirà in prescrizione perché i tempi sono stretti e questo è il fallimento della giustizia – afferma – ma il bambino si poteva salvare, e lo diciamo in tutti i modi. Nella nostra storia non c’è stato alcun rispetto, era il 31 dicembre e invece di operare il bambino che arrivava a Roma con un aereo militare per via dell’urgenza, non è stato operato nonostante il primario dell’ospedale di Polistena avesse già comunicato che il bambino sarebbe morto se non fosse stato operato immediatamente. E’ questo quello che fa male, perché il bambino si sarebbe potuto salvare”.