Roma non è solo la città dei grandi e imponenti monumenti e delle leggende millenarie. Tra i suoi vicoli infatti vive una tradizione curiosa e poco nota: quella delle Statue Parlanti. Non parliamo di sculture magiche che prendono vita o di talentuosi artisti di strada ma di vere e proprie figure di marmo che per secoli hanno dato voce al popolo con satire pungenti e versi anonimi. Da Pasquino al Babuino, queste pietre hanno incarnato l’ironia e la ribellione silenziosa dei romani verso i potenti.
Le Statue Parlanti di Roma, da Pasquino al Babuino, non dimenticando Madama Lucrezia, il Marforio, l’Abate Luigi e il Facchino, raccontano storie che ancora oggi lasciano tracce nelle strade della Città Eterna
Le Statue Parlanti di Roma sono tutti manufatti che risalgono all’epoca romana ad esclusione del Facchino che fu scolpito nel XVI secolo. La loro tradizione, che si diffuse a partire dal Rinascimento, è davvero curiosa e testimonia l’inventiva e la sagacia del popolo romano, sempre pronto ad affrontare con pungente ironia anche le situazioni più complicate. Agli inizi del XVI secolo, Roma rappresentava il cuore pulsante dello Stato Pontificio. Il Papa non era solo una guida spirituale e religiosa ma un vero e proprio sovrano che dominava tutti gli aspetti politici, economici e militari della città e dei territori circostanti. Pasquino, il “capo” delle Statue Parlanti, venne scoperto nel 1501 sotto Alessandro VI Borgia non a caso uno dei papi più discussi della storia. Seguì il brevissimo pontificato di Pio III prima dell’ascesa del potente Giulio II e del controverso e mondano Papa Leone X. Roma era splendida, animata dalle grandi opere d’arte degli artisti più celebri del periodo. Ma dietro il marmo e l’oro si nascondeva la situazione precaria in cui viveva il popolo romano gravato da tasse, corruzione e diseguaglianze sociali. Il popolo non aveva spazi né voce per esprimere il proprio dissenso. Fu in questo contesto che nacquero le Statue Parlanti di Roma.

Pasquino è la prima e più famosa statua parlante di Roma. Si tratta di un busto di marmo risalente al III secolo a.C. che fu rinvenuto nel 1501 nei pressi di Piazza Navona. Seppur l’opera si presentasse fortemente danneggiata, fu collocata all’angolo di Palazzo Orsini, oggi Palazzo Braschi. La scultura in stile ellenistico doveva far parte di un gruppo (si intravede nello stesso blocco la figura di un secondo personaggio), interpretata come la raffigurazione di un guerriero greco nell’atto di uccidere un nemico. Si ritiene fosse parte degli ornamenti dello Stadio di Domiziano che in antichità occupava l’attuale Piazza Navona. L’origine del nome “Pasquino” è avvolta nella leggenda. Secondo la tradizione, fu un popolano del quartiere – forse un barbiere, un fabbro o un oste – il primo ad affiggere di notte, sul piedistallo della statua, fogli con versi pungenti, spesso in rima, contro i potenti. Da quei cartigli nacquero le famose “pasquinate”, che fecero di Pasquino il simbolo della satira romana.
“I romani presero l’abitudine di attaccare dei cartigli alla base del Pasquino o di appenderli al collo della statua. La scultura divenne un qualcosa di simile a una bacheca social di oggi. Le pasquinate erano pungenti, esempio di satira politica contro il potere precostituito. Pasquino divenne un vero e proprio simbolo della libertà di parola. Le sue frasi non cadevano nel vuoto. Erano attese e discusse tanto da influenzare la vita politica e sociale della città. Si tentò persino di mettere a tacere Pasquino. Nel 1523 Papa Adriano VI ordinò di gettare la scultura nel Tevere ma fu alla fine distolto dal suo intento. Diversi furono i provvedimenti negli anni a seguire ma nessuno riuscì a zittire Pasquino che continuò a parlare fino al primo Ottocento“, spiega il Prof. Marco Cappadonia Mastrolorenzi, studioso del fenomeno, semiologo del testo, scrittore e autore di numerosi saggi storici tra i quali Tre giorni a Roma per Golem Edizioni, 21 febbraio 1849, un giorno nella Roma dell’Ottocento e Dante, una Teoria del Tutto entrambi per C1V Edizioni.
Le Statue Parlanti di Roma: Pasquino, il Babuino, Marforio, Madama Lucrezia, Abate Luigi e il Facchino
Il fenomeno della pasquinate si diffuse rapidamente nella Roma pontificia coinvolgendo un “collegio” di statue che davano vita a un dialogo quotidiano. Pasquino mantenne sempre il suo ruolo preminente per le satire taglienti ma Marforio, enorme statua marmorea del I secolo a.C., raffigurante Nettuno o il Tevere inteso come dio fluviale, si trasformò nel suo compagno di “botta e risposta” sui grandi problemi sociali che affliggevano l’Urbe. Oggi Marforio fa parte del percorso di visita dei Musei Capitolini. L’unica rappresentante femminile della “banda” delle Statue Parlanti di Roma è Madama Lucrezia, colossale busto femminile di epoca romana posto in Piazza San Marco. La scultura potrebbe rappresentare la dea Iside ed è famosa per una “pasquinata” che sentenziò la dipartita di papa Gregorio XIV nel 1591.

Il Babuino raffigura un sileno giacente su una base rocciosa. Il corpo in pietra porosa apparteneva ad un’altra statua. Forse il nome “Babuino” gli fu attribuito per la sua bruttezza, ricordando una scimmia. La scultura ha dato il nome alla strada in cui si trova. L’Abate Luigi fu rinvenuto nel XVI secolo durante la posa delle fondamenta di Palazzo Vidoni Caffarelli. Potrebbe essere stata una delle statue che adornavano il Teatro di Pompeo. L’Abate Luigi ha parlato un’ultima volta nel 1966. Di fatto è la statua parlante romana più longeva. Lo ha fatto in occasione di un atto di vandalismo che portò alla sua decapitazione. Negli anni seguenti e fino al 2013 le decapitazioni sono continuate a danno dei calchi della testa ogni volta ripristinati. Con rassegnazione si è così deciso di lasciare la scultura acefala. Il Facchino, realizzato nel 1580, è la più giovane delle Statue Parlanti di Roma. Raffigura un “acquaricciaro”, un facchino appunto, un mercante che attingeva acqua alle fontane pubbliche per rivenderla porta a porta. Il Babuino, l’Abate Luigi e il Facchino formavano con il Pasquino, Marforio e Madama Lucrezia, il “parlamento di pietra” di Roma, un luogo immaginario dove le pietre prendevano voce in difesa del popolo. Esse denunciavano corruzione, tasse ingiuste, scandali e ipocrisie del clero e della politica, tutte rimostranze che i potenti non potevano ignorare.
Giuseppe Giochino Belli, una statua parlante vivente per dare voce al popolo di Roma
Vi siete mai chiesti perché il Monumento a Giuseppe Gioachino Belli a Roma nella piazza trasteverina dedicata al grande poeta romanesco, abbia nel retro la raffigurazione di una scena popolare con la folla che attornia la statua di Pasquino? Ce lo spiega il Prof. Marco Cappadonia Mastrolorenzi: “Le pasquinate sono rimaste in voga per secoli almeno fino all’avvento del Belli. Siamo nell’Ottocento, il popolo romano è in gran parte analfabeta e non aveva, ancora una volta nella storia, alcuna voce in capitolo. Belli fa parlare questa classe grazie a 2279 sonetti. Il grande poeta raccolse la voce del popolo romano e si fece lui stesso una statua parlante. Per questo motivo il collegamento tra il Belli e Pasquino è logico come ribadito dal suo splendido monumento nel rione Trastevere.”
Fonti bibliografiche e note:
- “Tre giorni a Roma” di Marco Cappadonia Mastrolorenzi. Golem Edizioni 2024.
- “21 febbraio 1849. Un giorno nella Roma dell’Ottocento” di Marco Cappadonia Mastrolorenzi. C1V Edizioni 2020.
- “Enciclopedia di Roma. Personaggi, curiosità, monumenti, storia, arte e folclore della citta’ eterna dalle origini ai nostri giorni” di Claudio Rendina. Newton Compton editore 2004.


















