Condannato in appello Leandro Bennato: il narcos dietro ai sequestri per il monopolio della droga romana

Il boss del narcotraffico aveva creato un clima di terrore nella malavita romana: le motivazioni della condanna di Leandro Bennato e altri quattro imputati

La Corte d’assise d’appello di Roma ha emesso la sua sentenza nel processo a Leandro Bennato, che ha confermato in gran parte il verdetto di primo grado per l’imputato, ritenuto colpevole dei gravi reati di sequestro di persona a scopo di estorsione e detenzione ai fini di spaccio di oltre 100 kg di cocaina.

Il boss del narcotraffico aveva creato un clima di terrore nella malavita romana: le motivazioni della condanna di Leandro Bennato e altri quattro imputati

Per Bennato una condanna a 19 anni e 4 mesi di reclusione, mentre per Elias Mancinelli, coinvolto nella vicenda, è arrivata una condanna significativa a 18 anni e 8 mesi, rispetto ad altri tre imputati che hanno ricevuto pene comprese tra i 4 e i 6 anni.

Le accuse dei Pubblici Ministeri

La decisione della Corte d’Appello rafforza l’impianto accusatorio formulato dai pubblici ministeri Giovanni Musarò ed Erminio Amelio, che avevano ricostruito una serie di sequestri brutali commessi da Bennato tra novembre e dicembre 2022, per recuperare l’ingente quantitativo di stupefacente che gli era stato sottratto.

Sequestri, violenza e paura: il profilo criminale di Leandro Bennato

Le indagini hanno rivelato un quadro inquietante della personalità criminale di Leandro Bennato, il cui nome era già emerso in altre inchieste di rilievo, tra cui quella sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, alias ‘Diabolik’.

Secondo l’accusa, in seguito al furto della cocaina, Bennato avrebbe orchestrato una serie di sequestri di persona caratterizzati da violenza e crudeltà.

Dettagli scioccanti sui sequestri e il ruolo centrale dell’imputato condannato

L’inchiesta ha fatto luce su tre distinti episodi di sequestro di persona orchestrati da Leandro Bennato con l’obiettivo di recuperare l’ingente quantitativo di sostanza stupefacente che gli era stato sottratto.

In particolare, Bennato è stato ritenuto il mandante e il regista del sequestro di Gualtiero Giombini, il custode della droga, il quale fu segregato per giorni in una baracca, privato degli abiti e ripetutamente picchiato per rivelare informazioni utili al recupero della cocaina.

Giombini fu liberato solo dopo aver indicato Cristian Isopo come uno dei responsabili del furto, morendo tragicamente poche settimane dopo. Anche Isopo subì la stessa sorte, venendo sequestrato e torturato fino a quando non restituì 77 chili della droga.

Un terzo episodio di sequestro coinvolse poi due donne, con l’obiettivo di recuperare ulteriori 7,7 chili di cocaina. Una delle due fu rilasciata dopo otto ore a causa di un errore di persona.

Il clima di terrore e il monopolio del narcotraffico svelato dall’inchiesta

Le motivazioni della sentenza di primo grado, che hanno pesato anche sulla decisione della Corte d’Appello, avevano evidenziato il clima di terrore che il nome di Bennato incuteva negli ambienti della criminalità organizzata romana.

Le dichiarazioni degli stessi indagati avevano rivelato un timore tale da non osare nemmeno pronunciare il suo nome. L’inchiesta, condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Roma con il coordinamento della DDA, aveva inoltre svelato l’esistenza di una vasta e ramificata rete di narcotraffico, con un volume d’affari di decine di milioni di euro al mese, gestita ai vertici da figure come Giuseppe Molisso e lo stesso Leandro Bennato.

I due, già detenuti per altri gravi crimini, avrebbero imposto un vero e proprio monopolio sulla fornitura di cocaina alle principali piazze di spaccio della capitale, ricorrendo anche alla violenza per far rispettare le proprie regole.