
Resti romani preziosi, di un acquedotto che alimentava le terme e le case di Ostia nell’epoca romana, rallenteranno la costruzione della stazione di Malafede-Giardino di Roma. Anni fa, poche centinaia di metri oltre, bloccarono il prolungamento della galleria della via del Mare. Pezzi di storia che, al contrario, non sono stati capaci di fermare la colata di cemento che ha trasformato in pochi decenni la campagna romana in un quartiere mostruoso.
Il ritrovamento di un tratto di acquedotto nel punto in cui sorgerà la stazione di Malafede-Giardino di Roma riaccende i riflettori sui resti romani scomparsi in zona
E’ il ritrovamento di un tratto di acquedotto durante i saggi archeologici per la realizzazione della stazione di Malafede-Giardino di Roma della Metromare a riaccendere i riflettori sui resti romani scomparsi in zona. E a imporre una risposta al quesito: che fine hanno fatto?
Già gli scrittori Festo e Plinio il Giovane, in epoca romana, indicavano tra l’ottavo e l’undicesimo miglio della via che portava da Roma a Ostia, l’esistenza di un complesso rurale nella zona oggi conosciuta come Malafede. Elementi confermati secoli dopo dagli archeologici Antonio Nibby (1789/1839) e Rodolfo Lanciani (1845/1929) che, indagando sulla zona, riferirono addirittura di tombe dell’era del bronzo e di epoca etrusca.
Cisterna e acquedotto
Dunque, non costituisce una novità per gli studiosi quella presenza di manufatti di archeologia. Ciò nonostante, si è consentito che in quei terreni si costruisse senza ritegno. Per esempio, proponiamo in questo articolo immagini eccezionali, recuperate dall’archivio del fotografo Mino Ippoliti. Quella in copertina e quella qui sotto sono fotografie scattate nel novembre 1992 durante i saggi della Soprintendenza effettuati nell’area dove sorgerà Giardino di Roma. Il reportage venne effettuato all’indomani delle roventi polemiche sorte riguardo alla lottizzazione: la presenza delle rovine in zona anni prima era stata bollata dall’assessore comunale all’Ambiente Corrado Bernardo come quella di “quattro cocci” che non potevano bloccare la crescita della città. Francesco Rutelli da deputato aveva presentato un’interrogazione parlamentare per bloccare la lottizzazione ma, una volta eletto sindaco di Roma, era stato lui stesso a rilasciare i titoli edilizi per costruire.

Tornando alle straordinarie immagini che vi proponiamo, hanno per protagonisti due personaggi che faranno molta strada: Angelo Bonelli (oggi portavoce di Europa Verde e deputato alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra) e l’archeologo Sandro Lorenzatti (già vicepresidente del Municipio di Ostia dimessosi prima del commissariamento per mafia). I due protagonisti delle foto erano a Malafede per dimostrare la preziosità del ritrovamento di una cisterna e del conseguente acquedotto sulla sommità di una collinetta di Malafede. Si trattava di manufatti in opus reticulatum sicuramente di epoca romana, databili tra il I secolo a.C. e il II d.C. Gli esperti dissero che si trattava di opere idrauliche nelle quali si riversava l’acqua di una fonte della zona da distribuire alle ville rustiche del posto e alla non molto lontana Ostia.
Quale fine abbiano fatto quei manufatti è sotto gli occhi di tutti. Al loro posto palazzoni di sei piani.
La vasca monumentale
Durante l’estate 2000 la Soprintendenza speciale di Roma, nell’eseguire saggi archeologici propedeutici alla costruzione di un nuovo insediamento urbanistico sui terreni compresi tra la ferrovia Metromare, via di Malafede, via Fiumalbo e via Ostiense, ha comunicato di aver effettuato una sensazionale scoperta. Si trattava di una vasca monumentale, lunga circa 40 metri, affiancata da varie strutture murarie. Si era di fronte, probabilmente, a una darsena collegata al presunto porto sul Tevere o anche di un centro religioso.

Quella scoperta non ha impedito che venissero tirati su palazzi a nove piani e un centro commerciale. Autorizzazioni edilizie che hanno spinto Labur Laboratorio Urbanistico a denunciare pubblicamente la noncuranza degli enti preposti e alla valorizzazione dei reperti storici. La risposta da parte delle autorità è stata che la vasca e il complesso archeologico sono stati ricoperti di terra e preservati in attesa di una loro valorizzazione.

Il precedente della galleria di Acilia
Come riassume il libro “Tra Roma e il mare” (ed. Publidea), per sette anni, tra il giugno 1992 e l’estate 1999, si è lavorato alla costruzione della galleria della via del Mare ad Acilia. Come era immaginabile, il cantiere si è prolungato ben oltre i tempi previsti a causa della presenza di importanti reperti archeologici. Sono, infatti, venuti alla luce circa 400 metri di strada basolata (l’antica via Ostiense d’epoca romana) e l’acquedotto che raggiungeva Ostia dalla sommità di Malafede e di Acilia.
E’ stata la presenza di nuovi importanti reperti (in particolare una necropoli sull’Ostiense all’altezza di Ponte Ladrone) e la certezza di ritrovare numerosi manufatti, ad abbandonare il progetto di prolungare la galleria fino quasi all’incrocio con via di Malafede. Chi percorre la galleria della via del Mare, nota a colpo d’occhio che è un’opera incompleta. E, si badi bene, il prolungamento del viadotto interrato godeva già di un finanziamento di 30 miliardi di vecchie lire, fondi dirottati ad altre opere nel Lazio.
Ora il punto di domanda è: perchè, in presenza di reperti archeologici, le opere pubbliche, come il prolungamento della galleria o la realizzazione della stazione Malafede-Giardino di Roma, si devono rallentare o addirittura bloccare, mentre per il cemento dei privati quegli stessi antichi manufatti non hanno valore o obblighi di tutela?