Corruzione al Tar, un magistrato sospeso e due avvocati ai domiciliari

Il magistrato avrebbe favorito gli avvocati in alcune pratiche

Due avvocati romani, Federico Tedeschini e Pierfrancesco Sicco, sono finiti oggi agli arresti domiciliari su mandato  di piazzale Clodio. Nell’ambito della stessa inchiesta disposta anche la sospensione dagli uffici per 12 mesi per il magistrato presidente della III sezione del Tar del Lazio già giudice del Consiglio di Stato, Silvestro Maria Russo.

Il magistrato avrebbe favorito gli avvocati in alcune pratiche

Sospensione sempre per dodici mesi per l’avvocato Giammaria Covino e per il commissario ad acta, Gaia Checcucci. A notificare i provvedimenti giudiziari i carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo della Capitale.

I reati contestati, secondo le singole posizioni, sono corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e di corruzione in atti giudiziari.

I provvedimenti cautelari sollecitati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo sarebbero frutto di intercettazioni telefoniche e ambientali nonché di analisi documentali.

Il giudice sotto accusa

Il giudice Maria Silvestro Russo presidente della III sezione del Tar del Lazio è accusato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Il magistrato, come ricostruito dai carabinieri di via In Selci, avrebbe favorito l’avvocato Tedeschini in almeno tre cause al Tar.

In un altro episodio il magistrato avrebbe aiutato lo studio legale Russo in un provvedimento che riguardava un cliente escluso in un appalto per la riqualificazione di piazza dei Cinquecento.

In un’intercettazione di gennaio nell’ambito dell’inchiesta si sentirebbe l’avvocato Federico Tedeschini dire al collega Pierfrancesco Sicco: “No, ma è tutto regolare, pulito. In questa maniera perché vale il principio dell’irrilevanza dei motivi. Tu mi devi andare a dimostrare che io ho fatto questo perché avevamo fatto un ‘pactum sceleris’. E come c… me lo dimostri?“.

Va specificato che l’indagine è solo nella fase preliminare e che gli indagati possono essere ritenuti colpevoli solo dopo condanna definitiva di fronte alla Cassazione.

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