Lotta al cambiamento climatico: l’Italia ha ancora strada da fare

Secondo il rapporto di CAN Europe mancano piani e azioni reali

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Lotta al cambiamento climatico: il rapporto di CAN Europe indica qualche ammonizione per l’Italia, che in teoria avrebbe fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni del 60% per il 2030 ma ancora non l’ha definito come un impegno concreto, con piani e azioni reali.

L’Italia ha ancora della strada da fare nella lotta contro il cambiamento climatico.

L’obiettivo degli accordi di Parigi di contenere il riscaldamento globale sotto gli 1,5 gradi è ancora a portata di mano e l’Europa ha tutti gli strumenti e le possibilità per allineare subito la sua strada.

Ciò nonostante, sebbene la Legge Clima di quest’anno ha alzato il taglio delle emissioni dal 40 al 55% entro il 2030, l’UE dovrebbe ridurre i gas serra del 65% rispetto i livelli del 1990, cioè 10 punti percentuali sopra la soglia attuale per contenere le emissioni. Per l’Italia, invece, sarebbe necessario già oggi ridurre le emissioni del 67-73%.

Nel rapporto di CAN Europe “1.5°C Pathways for Europe: Achieving the highest plausible climate ambition” (Percorsi verso 1,5°C per l’Europa: raggiungere la più alta ambizione climatica possibile) emergono i tre ingredienti principali per la riuscita dell’Europa in questa missione.

Al primo posto, un calo delle emissioni più deciso, su una traiettoria che permetta di arrivare a net-zero nel 2040, dieci anni in anticipo rispetto alla data fissata ad oggi da Bruxelles.

Secondo punto, sempre entro il 2040, ultimare l’abbandono graduale delle fonti fossili in tutti i settori (industria, edifici, trasporti) e avere un mix energetico al 100% rinnovabile entro 20 anni. Il mix elettrico UE dovrebbe fare da traino e ripulirsi del tutto già entro il 2030. Infine, puntare sull’efficienza energetica in modo da dimezzare entro il 2040 l’attuale domanda di energia.

Le vaste ambizioni dell’Unione Europea sono fondamentali per gli equilibri globali, in quanto si pone come leader indiscussa della guerra contro le emissioni, diventando un esempio di efficienza in questa transizione green.

Infatti, senza seguire le necessarie misure precauzionali, l’Europa arriverebbe a raggiungere un +2,4°C di riscaldamento globale, pagando un prezzo pari all’8% del Pil UE già nel 2050.

Ovviamente la buona riuscita non dipende solo da Bruxelles ma anche da quello che faranno i singoli paesi europei.

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Il rapporto CAN indica qualche ammonizione per Stati come l’Italia, che in teoria avrebbero fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni del 60% per il 2030 ma che ancora non l’hanno definito come un impegno concreto, con piani e azioni reali.

In questo quadro è necessario che il potere soprastatale dell’Europa sia riconosciuto dai governi dei singoli Paesi, i quali devono adattarsi alle linee guida contribuendo, ciascuno nella propria parte, a una battaglia che si può vincere solo insieme.

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Infatti il cambiamento climatico si definisce in Economia Ambientale un “global public bad” (un male comune globale), dalla quale sofferenza nessuno Stato può rimanere escluso e per il quale tutti contribuiscono senza rivalità. Ciò implica che senza l’impegno di un singolo Stato si potrebbero comunque attivare delle pratiche di abbattimento delle emissioni ma, se tutti gli Stati disertassero da questo compito oneroso, non si raggiungerebbe l’obbiettivo di un futuro meno grigio e più verde.

 

Alessia Pasotto, dottoressa in Economia dell’Ambiente e dello Sviluppo.

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