I fantasmi di Roma, da Nerone a Beatrice Cenci

Tulliola, la figlia di Cicerone, l'imperatore Nerone e Beatrice Cenci sono tre tra i più famosi e conosciuti fantasmi di Roma. Le loro storie si perdono tra leggenda e folclore.

Presunto ritratto di Beatrice attribuito a Guido Reni, 1599. Licenza Creative Commons da Wikimedia.

Tra storia, leggenda e folclore anche Roma ha i suoi fantasmi. L’Urbe è ben lontana dal primato europeo di città più infestata, saldamente in mano alla scozzese Edimburgo ma può contare una ventina di spettri famosi, ben assortiti tra tutte le epoche e le classi sociali.

Viaggio tra i fantasmi: dalla figlia di Cicerone a Messalina, l’inquieta consorte dell’imperatore Claudio, non dimenticando Nerone e la povera Beatrice Cenci

Tra i fantasmi di Roma non mancano all’appello alcune celebri nobildonne seicentesche come la Pimpaccia (Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj) e Costanza Conti De Cupis, entrambe di Piazza Navona e dintorni. Passeggiando all’alba nei pressi di Castel Sant’Angelo inoltre, c’è chi sostiene si possa incontrare un uomo avvolto in un mantello amaranto: trattasi del fantasma di Mastro Titta, il boia più famoso di Roma, vissuto tra il 1779 e il 1869.

La memoria di questi personaggi realmente esistiti ha percorso i secoli in racconti passati di bocca in bocca. Le loro storie, arricchite di sempre nuovi particolari, spesso del tutto inverosimili, costituiscono parte del patrimonio leggendario e folcloristico dell’Urbe, l’anima stessa di Roma, la Città Eterna.

In rigoroso ordine cronologico vi racconterò le vicende legate a tre presunti fantasmi di Roma: quello di Tulliola, figlia del grande oratore Marco Tullio Cicerone, l’irrequieta anima dell’imperatore Nerone e il malinconico spettro di Beatrice Cenci.

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L’ex convento di Santa Maria Nova nei pressi dei ruderi dell’antica Villa dei Quintili. Foto Creative Commons da Wikimedia.

Il fantasma di Santa Maria Nova

Al quinto miglio della Via Appia Antica sorgeva la splendida Villa dei Quintili, dimora dell’imperatore Commodo. Ne possiamo ammirare gli ancora sontuosi ruderi. Nel 2006 la Soprintendenza di Roma ha acquistato circa tre ettari di terreno confinanti con il sito suddetto. Nell’atto di compravendita rientrò lo splendido complesso dell’ex convento di Santa Maria Nova.

I proprietari, una facoltosa coppia statunitense che viveva nella struttura, si era decisa a vendere anche a causa di un fantasma che da anni li tormentava. Di notte infatti erano svegliati dal triste canto di una bambina. Durante il giorno si avvertiva in casa l’inquietante presenza di uno spirito maldisposto.

Tutta questa storia si collega a un curioso ritrovamento avvenuto in zona nel lontano 1485 come risulta dagli annali di quell’anno. Girano diverse versioni in merito ma andiamo con ordine. Al sesto miglio dell’Appia, alcuni operai che stavano recuperando del marmo da ruderi affiorati dal terreno, rinvennero un’antica tomba romana.

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Scorcio dell’Appia Antica a Roma. Licenza libera Pixabay.

All’interno del sepolcro era presente un sarcofago che fu portato in superficie. Una volta scoperchiato, rivelò il corpo di una giovane donna, perfettamente conservato e immerso in una sostanza bluastra grassa e profumata. Riportando le parole di Bartolomeo della Fonte, umanista fiorentino, il corpo era disposto bocconi e il suo stato di conservazione era sorprendente.

Rimossa la sostanza, era apparso un volto ancora fresco nel suo mortale pallore con lunghi capelli neri raccolti in una reticella di seta e oro. La fanciulla sembrava dormire. La scoperta fece scalpore. Portata al Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, la salma divenne meta di un vero e proprio pellegrinaggio di curiosi e di gente che urlava al miracolo.

Si cominciò a vociferare che si trattasse di Tulliola, la tanto amata e sfortunata figlia di Cicerone, morta di un male misterioso o forse di parto nel 45 a.C. Papa Innocenzo VIII fu talmente infastidito dal fragore generato dal ritrovamento che una notte fece trafugare il cadavere della giovane per farlo seppellire in uno luogo nascosto a Muro Torto, lì dove venivano inumati i non cristiani.

Altra leggenda narra che il corpo della presunta Tulliola, esposto all’aria e senza più la protezione della sostanza bluastra, si dissolse in pochi giorni dopo aver assunto una colorazione scura. In ogni caso, la scomparsa della mummia generò nel popolo la convinzione che la ragazza si fosse trasformata in un fantasma sofferente e pronto a vendicarsi di coloro che l’avevano risvegliata dal suo sonno eterno. Evidentemente questo timore popolare ha percorso i secoli fino ai giorni nostri, diventando il tratto caratteristico della tenuta di Santa Maria Nova.

Venendo alla spiegazione razionale che si cela dietro quasi ogni mistero. In primis è bene ricordare che il vero Mausoleo di Tulliola è a Formia in provincia di Latina, in una zona chiamata “Acervara” ( da “acerbam” in riferimento proprio alla giovane età della fanciulla), poco lontano da dove sorgeva la villa di suo padre. La tomba si innalza su una collinetta e sovrasta a circa 100 metri di distanza un altro mausoleo, più imponente, che la tradizione attribuisce proprio a Cicerone, ucciso a Formia nel 43 a.C. dai sicari di Marco Antonio.

Riguardo il fantasma del casale, sembra che il lamento notturno sia confermato e perfettamente udibile perché dovuto al vento che si insinua tra i ruderi della vicina Villa dei Quintili. Nulla si sa circa l’identità della fanciulla immersa nella sostanza blu. Qualcuno ha pensato a Giulia Livilla, figlia di Germanico, morta di inedia dopo essere stata condannata a morte dall’imperatore Claudio. La ragazza aveva 23 anni quando fu accusata da Messalina di adulterio con il filosofo Seneca ed esiliata da Roma.

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“Nerone a Baia”, dipinto di Jan Styka (1858-1925).

Il fantasma dell’imperatore Nerone

Al sesto chilometro della Via Cassia a Roma possiamo osservare un monumento sepolcrale, edificato nella seconda metà del III secolo. Siamo dinanzi a quella che erroneamente è considerata la Tomba di Nerone. In realtà, come riporta l’epigrafe, si tratta del Mausoleo di Publio Vibio Mariano, proconsole e prefetto della Legio II Italica.

Nerone si suicidò il 9 Giugno del 68 d.C. dopo una rocambolesca fuga che lo aveva portato a rifugiarsi nella villa del liberto Faonte. Il sepolcro di Mariano in linea d’aria non è poi molto distante dal luogo dove sorgeva la villa del ricco Faonte. Forse fu questo il motivo dell’errata attribuzione di quella tomba al povero Nerone?

Le ceneri di Nerone erano in realtà custodite all’interno del Sepolcro dei Domizi che sorgeva alle pendici del Pincio. Accanto alla struttura vi era un noce secolare pieno di corvi. I romani erano divisi tra chi vedeva segni di stregoneria nel luogo e chi omaggiava la figura di Nerone di qualche fiore, portando avanti, nelle dicerie popolari, una sorta di culto blasfemo del male.

Papa Pasquale II decise di radere al suolo il Mausoleo. Era ossessionato dai corvi nei quali vedeva dei demoni che annunciavano il ritorno di Nerone come anticristo. C’era inoltre uno strano sillogismo, scoperto da alcuni autori cristiani, che metteva in relazione il nome “Nerone Cesare” col numero demoniaco.

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Tomba di Publio Vibio Mariano popolarmente attribuita a Nerone.

Nei mesi successivi all’abbattimento della Tomba, il fantasma di Nerone comparve per la prima volta nei dintorni. Per quanto fosse inoffensivo, il popolo ne fu terrorizzato. Nel 1099 si decise di erigere nell’area una cappella, che divenne il nucleo dell’attuale Basilica di Santa Maria del Popolo in Piazza del Popolo a Roma.

Appena la cappella fu consacrata, il fantasma sparì dalla scena. Fu visto però aggirarsi nei pressi del Mausoleo di Mariano sulla Cassia (futura Tomba di Nerone). Qualcuno disse che le ceneri di Nerone erano state traslate in quel luogo.

Pertanto di notte, nelle ore più tarde, ancora oggi, potrebbe capitare di vedere lo spirito inquieto di Nerone, piangere in raccoglimento sul proprio sepolcro. Una leggenda popolare che ha percorso i secoli, rendendo ancor più immortale nella memoria dei posteri, la figura di un uomo che nel 69 d.C. venne investito della damnatio memoriae.

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Castel Sant’Angelo (Roma). Licenza libera Pixabay.

Beatrice Cenci, lo spettro di Castel Sant’Angelo

Probabilmente, tra tutti i fantasmi di Roma, quello di Beatrice Cenci è il più conosciuto. Si racconta che cammini lentamente lungo il ponte di Castel Sant’Angelo nella notte dell’11 settembre di ogni anno, tenendo la sua testa sotto il braccio.

Beatrice morì a soli 22 anni, giustiziata nella piazza del Castello, l’11 settembre del 1599. Insieme a lei perirono la matrigna, Lucrezia Petroni, e il fratello maggiore, Giacomo. Il minore, Bernardo, invece fu imprigionato. Tutti erano stati accusati dell’omicidio del conte Francesco Cenci, padre dei ragazzi e marito di seconde nozze della Petroni.

Le confessioni furono estorte con le peggiori torture nel corso delle indagini svolte dalla gendarmeria pontificia di Papa Clemente VIII. Cosa spinse dei rampolli della nobiltà romana a conseguire un efferato parricidio?

Francesco Cenci era un uomo violento, dissoluto e oberato dai debiti. Condannato nel 1594 per sodomia nei confronti di un giovane, tre anni dopo nel 1597, malato di rogna e di gotta, fuggì da Roma con i due figli maschi. Si rifugiò in un piccolo castello della famiglia Colonna a Petrella Salto (Rieti) dove aveva già segregato dal 1595 la figlia Beatrice e la consorte Lucrezia.

Per le due donne ebbe inizio un periodo di angherie, violenze e abusi. Si dice che la ragazza, con la complicità dei familiari e dei domestici, giunse alla decisione di liberarsi del terribile padre. L’omicidio fu oltremodo violento. Il 9 settembre del 1598 il corpo esanime di Francesco Cenci fu trovato ai piedi di una balaustra.

Le autorità presero per buona la versione dell’incidente casuale. Le esequie furono svolte in fretta e in furia. La mancata presenza dei congiunti al funerale, la fama sinistra del conte e le tante chiacchiere che giravano riguardo le violenze in famiglia, indussero la gendarmeria papale a riaprire le indagini.

Il corpo del nobile romano fu riesumato. I medici stabilirono l’incompatibilità delle ferite con la caduta accidentale. Beatrice e i suoi familiari vennero arrestati. Il processo ebbe un grande seguito di pubblico. Il popolo romano chiedeva a gran voce l’assoluzione dei colpevoli o un atto di clemenza da parte del Papa.

Purtroppo la sentenza fu di morte per tutti tranne che per Bernardo, per via della giovane età. L’11 settembre del 1599, nella piazza antistante Castel Sant’Angelo, gremita all’inverosimile, Beatrice e Lucrezia furono decapitate. Giacomo fu squartato. All’esecuzione assistettero personalità del calibro di Caravaggio e Orazio Gentileschi.

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Castel Sant’Angelo (Roma). Licenza libera Pixabay.

Il corpo della giovane, come da sua volontà, fu tumulato in un loculo dinanzi all’altare maggiore di San Pietro in Montorio sul Gianicolo. La lapide non riportava alcun nome. La leggenda del fantasma tuttavia non si lega all’ingiusta esecuzione ma a quanto successe due secoli dopo.

Nel 1798, quando Roma fu occupata dall’armata del generale napoleonico Berthier, alcuni soldati francesi penetrarono nella chiesa di San Pietro in Montorio. Spaccarono le lastre dei sepolcri sul pavimento con l’intento di depredare le tombe. Il pittore Vincenzo Camuccini, testimone diretto della scena, racconta che aperto il sarcofago di Beatrice, i francesi trovarono la sua testa posta su un vassoio d’argento.

Il prezioso oggetto fu predato mentre il povero cranio fu lanciato in aria tra risate di scherno per poi finire disperso. Da quel giorno il fantasma di Beatrice Cenci si aggirerebbe per Roma, alla ricerca del suo teschio o più probabilmente del riposo eterno che, dopo un’esistenza di soprusi e violenze, le è stato negato.

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