Muore per covid-19 Pino Scaccia, il giornalismo piange un maestro

Pino Scaccia, ricoverato all’ICC di Casal Palocco, non ce l’ha fatta. Dopo aver vissuto la guerra dal dentro in tutte le parti del mondo, è stato stroncato da un nemico invisibile
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Pino Scaccia, maestro del giornalismo italiano, non c’è più. L’inviato italiano più noto al pubblico televisivo si è arreso al nemico invisibile in un letto dell’ICC di Casal Palocco. Aveva 74 anni e viveva a Ostia da oltre quarant’anni.

Per anni inviato di punta del Tg1,  Pino Scaccia (pseudonimo di Giuseppe Scaccianoce), ha raccontato agli italiani le vicende più importanti degli ultimi trent’anni. Uno dei più grandi giornalisti degli ultimi anni, dal 29 settembre, non era in lotta contro il terrorismo o contro la mafia ma contro il mostro. Negli ultimi giorni, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, era stato trasferito al covid hospital ICC di Casal Palocco (leggi qui) dove si è spento questa mattina.

Pino Scaccia ha cominciato nelle Marche la sua  carriera, al Corriere Adriatico e poi al Tg3. Maestro di giornalismo e di vita, Scaccia è stato il primo inviato  occidentale ad entrare a Cernobyl, raccontando agli italiani le cronache anche sotto le bombe di Bagdad, le vicende Russe, gli orrori di Kabul, la rivolta in Libia e le cronache di tutti i più grandi  avvenimenti della storia anche dall’altra parte dell’oceano, senza mai  distorcere le verità, senza commenti di parte, solo cronaca. Aveva trattato dalla prima guerra del Golfo al conflitto serbo croato, dalla disgregazione dell’ex Unione Sovietica fino alla crisi in Afghanistan ma andava orgoglioso soprattutto di alcuni scoop come il ritrovamento dei resti di Che Guevara, la liberazione di Farouk Kassam dal sequestro ma nel cuore conservava soprattutto l’ultimo viaggio con Enzo Baldoni, a Najaf, prima che il suo amico venisse trucidato dai terroristi.

Per Pino il giornalismo era una missione. Aveva fatto suo il motto di Joseph Pulitzer, al quale è intitolato il più importante premio giornalistico: “Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità“. E maestro lo è stato davvero, visto che era docente del master di giornalismo radiotelevisivo all’Università Lumsa di Roma.

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Pino Scaccia in una delle sue ultime apparizioni pubbliche

Per gli amici era “il  gabbiano“, capace di rischiare la vita ogni giorno per il dovere di informare con obiettività e precisione. E’ stato un insegnamento per tanti giornalisti, non solo della Rai. Amico di vecchia data, ho avuto modo di apprezzarlo sul “campo” in occasione di una sola notizia che ci ha visto impegnati insieme su fronti diversi, lui per il telegiornale io per “Il Messaggero“. Era la rivolta per le “quote latte” con gli allevatori che marciavano verso Roma con le loro bestie. Insieme ci eravamo appostati lungo la via Aurelia, a Palidoro, in attesa del passaggio del singolare corteo. In quell’occasione ho avuto modo non solo di vederlo in attività ma anche di ammirare le sua estrema professionalità e serietà, sempre dalla parte dei suoi telespettatori.

Onesto, leale, rigoroso, nella sua vita quotidiana era schivo fino quasi alla timidezza. Da quando aveva perso la moglie, l’amatissima Rosaria, e dopo il pensionamento, viveva le sue giornate con malinconia, senza, però sfuggire a dibattiti, premi e presentazioni di libri. E proprio il lancio di un libro, il suo quattordicesimo pubblicato,  “Un inverno mai così freddo come nel 1943. Armir, la marcia del davaj: il sacrificio italiano in Russia”, lo ha visto impegnato più volte in questo anno in appuntamenti storici e letterari.

A marzo aveva fatto parte anche della giuria di un premio letterario lanciato da una testata giornalistica sul tema proprio sui cambiamenti imposti dal virus e dal lockdown dal titolo “Covid-19, quanto tutto sarà finito “. Un titolo ottimista che, purtroppo per lo stesso Pino Scaccia, si è rivelato menzognero.

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Pino Scaccia prima del ricovero in ospedale

Pino era orgoglioso di vivere a Ostia. Abitava da oltre quarant’anni in via Capitan Casella e considerava la sua casa un rifugio dove recuperare energie e “contatto con gli affetti” dopo ogni spedizione giornalistica. Era frequente incontrarlo a passeggio e salutava tutti con reale simpatia.

Il giornalismo come passione incancellabile anche sul suo letto di malattia. Pino, fino a che ne ha avuto le forze ed è rimasto lucido, si è anche cimentato in una sorta di cronaca dall’ospedale, cercando di rassicurare i tantissimi amici che seguivano con apprensione l’evoluzione della malattia. Scriveva in modo leggero, ironico, sottile per non preoccupare ulteriormente. Il 21 ottobre aveva ironizzato sul suo profilo facebook: “E mo questa chi è ? Forse la grande vecchia” alludendo all’aggravarsi delle sue condizioni di salute. L’ultimo messaggio prima che la “grande vecchia” lo ghermisse e lo strappasse all’affetto di tanti.

Al figlio Gabriele e agli amici, giungano le condoglianze da parte della nostra redazione e mie personali.

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