Coppia gay aggredita perché si teneva per mano: cade l’aggravante omofoba per il pestaggio di Capodanno

L'agguato della coppia gay nella notte di Capodanno. I legali delle vittime: "L'aggravante non riconosciuta riapre il vuoto normativo del ddl Zan"

Svolta giudiziaria per l’aggressione della coppia gay avvenuta al Prenestino durante la notte di Capodanno del 2025. Il GUP di Roma ha disposto un rinvio a giudizio e due messe alla prova per i tre imputati. Una decisione che segna un punto fermo ma riapre il dibattito legale sull’aggravante di discriminazione.

L’agguato della coppia gay nella notte di Capodanno. I legali delle vittime: “L’aggravante non riconosciuta riapre il vuoto normativo del ddl Zan”

La vicenda al centro del procedimento risale alle prime ore del primo gennaio 2025, nel cuore del quartiere Prenestino a Roma. Secondo quanto contestato dall’accusa, due giovani stavano camminando lungo piazza Malatesta, tenendosi per mano in strada dopo i festeggiamenti della notte di Capodanno. Un gesto d’affetto che avrebbe scatenato la violenza di un gruppo di tre uomini, che si sarebbero scagliati contro la giovane coppia, sfociando in un’aggressione verbale e fisica che ha causato lesioni a entrambi i ragazzi.

Un episodio che fin dal primo momento ha suscitato forte indignazione nel quartiere e nell’opinione pubblica cittadina, portando le forze dell’ordine e la Procura della Repubblica a identificare i presunti responsabili e a trascinarli sul banco degli imputati davanti ai giudici del Tribunale di Roma.

Le decisioni del GUP: rinvio a giudizio e due messe alla prova

A distanza di quasi due anni dai fatti, la fase dell’udienza preliminare ha segnato una svolta sul piano processuale. Il Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, nell’aula dove erano presenti anche i due giovani aggrediti costituitisi parti civili, ha tracciato il percorso giudiziario per i tre accusati. Per uno degli imputati è stato disposto il rinvio a giudizio ordinario, con l’avvio del processo in cui dovranno essere accertate le singole responsabilità penali.

Per gli altri due indagati, invece, il giudice ha accolto la richiesta di messa alla prova, un istituto che sospende il procedimento penale a fronte di un percorso di lavori di pubblica utilità. Per quanto riguarda queste due posizioni, il giudice valuterà a gennaio il programma dettagliato da seguire, stabilendo fin da ora che l’accesso al beneficio sarà tassativamente subordinato alla presentazione di una congrua proposta di risarcimento economico in favore delle vittime.

Il nodo dell’aggravante

Un elemento di particolare rilievo emerso dall’udienza riguarda la qualificazione giuridica dei reati contestati. Ai tre imputati viene contestato il reato di lesioni aggravate dal numero di persone riunite, ma il giudice ha scelto di non riconoscere l’aggravante della finalità di discriminazione o di odio omofobo.

Sul fronte della tutela istituzionale, l’udienza ha registrato un segnale importante con l’ammissione del Comune di Roma come parte civile nel procedimento, a conferma del danno d’immagine e sociale patito dalla comunità cittadina.

L’esclusione dell’aggravante omofoba ha tuttavia riaperto una profonda riflessione giuridica e politica tra gli addetti ai lavori, accendendo i riflettori sulle tutele normative attualmente a disposizione dei giudici di fronte ai reati d’odio.

Le reazioni dei legali e il vuoto normativo

Accogliendo l’esito dell’udienza, gli avvocati Leonardo Pompili e Riccardo Bucci, che assistono legalmente la coppia, hanno espresso una valutazione articolata sulle prospettive future. “Siamo soddisfatti del rinvio a giudizio e anche della messa alla prova che è un’ammissione di responsabilità. Accogliamo con favore anche la costituzione di parte civile del Comune di Roma”, hanno commentato i legali.

Gli avvocati si sono poi soffermati sul nodo centrale del mancato riconoscimento dell’odio motivato dall’orientamento sessuale: “Quanto all’aggravante della discriminazione che non è stata riconosciuta, il giudice ha ritenuto, diversamente da altri giudici, che l’omofobia non rientri nei casi previsti dalla legge, anche facendo riferimento alla mancata approvazione del Ddl Zan. Un’interpretazione letterale della norma che potrebbe riaprire il dibattito sulla necessità da parte del legislatore di intervenire in maniera chiarificatrice, adeguando il testo all’esigenza di tutela dai numerosi casi di omofobia e alla gravità degli stessi”.