È morto a Roma, a pochi giorni dal suo ottantanovesimo compleanno, il fotografo Umberto Pizzi. Con la sua scomparsa scompare uno degli ultimi grandi testimoni della storia italiana recente.
Si è spento a 89 anni il grande fotoreporter Umberto Pizzi. Dai divi di Hollywood sul Tevere alla strage di via Fani, fino all’ironia sui salotti della Seconda Repubblica: oltre mezzo secolo di storia in due milioni di scatti
Umberto Pizzi non amava farsi chiamare «paparazzo», un’etichetta che considerava riduttiva: «Sono un fotoreporter», ripeteva spesso. «Le fotografie, a differenza delle parole, dicono sempre la verità».

In oltre mezzo secolo di carriera, in sella al suo inseparabile scooter e con la macchina fotografica al collo, Pizzi ha immortalato i vizi, le virtù, i drammi e le debolezze di un Paese in continua trasformazione, accumulando uno sterminato archivio di circa due milioni di scatti, oggi tutelato dal ministero della Cultura come patrimonio nazionale.
Dalla Fao al mito di Via Veneto
Nato a Zagarolo il 7 ottobre 1937, Pizzi muove i primi passi da fotoreporter lontanissimo dai riflettori della mondanità: lavora per la Fao documentando scenari complessi in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania.
Ma è nella Roma degli anni Sessanta che il suo nome diventa leggenda. Durante la stagione della «Hollywood sul Tevere», Pizzi battaglia lungo via Veneto per cogliere i volti più noti del cinema mondiale fuori dalle pose ufficiali: da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Eduardo De Filippo fino al travolgente amore tra Elizabeth Taylor e Richard Burton. Impara così l’arte dell’attesa e il valore del momento rubato.
La cronaca dura: il dramma di via Fani e i ritratti della politica
Con il passare dei decenni, il suo campo d’azione si allarga alla cronaca nera, alla politica e alla cultura. Il 16 marzo 1978 Pizzi è tra i primissimi fotografi ad arrivare in via Fani, pochi minuti dopo l’agguato della scorta e il rapimento di Aldo Moro.
Negli anni Settanta e Ottanta il suo obiettivo incrocia grandi intellettuali come Alberto Moravia e Dacia Maraini, oltre a intere generazioni di leader politici. Tra le immagini a cui era più legato figura un ritratto intimo del segretario comunista Enrico Berlinguer, mentre ricordava spesso con ironia uno scatto di Silvio Berlusconi che non era mai riuscito a vendere ai giornali.

La svolta «Cafonal»: lo specchio spietato della Seconda Repubblica
Nei primi anni Duemila si compie l’ultima grande metamorfosi professionale. Il suo nome si lega a Dagospia, il sito fondato da Roberto D’Agostino. Nasce la rubrica «Cafonal», poi diventata una serie di libri bestseller (Cafonal e Ultracafonal). Con uno sguardo ironico, chirurgico e a tratti spietato, Pizzi documenta le feste, le cene e i ricevimenti della Roma bene.
Nelle sue foto passa l’intera classe dirigente della Seconda Repubblica: politici di ogni schieramento, imprenditori, cardinali, aristocratici e presenzialisti dello spettacolo. Pizzi non cerca il ritratto formale, ma la smorfia imbarazzante, il dettaglio rivelatore, il piatto troppo pieno, trasformando la mondanità in una vera e propria sociologia del costume italiano.

















