Le carpe dell’Eur agonizzano, ma i rimedi per salvarle ci sono e anche a costi contenuti. Molto meno di quanto gli esemplari più pregiati e importati dal Giappone dai collezionisti di questa specie ittica raggiungono in termini di quotazioni sul mercato dei collezionisti. Anche migliaia di euro a seconda della taglia e della loro colorazione. Più sono variopinte e più è alto il prezzo a cui vengono rivendute.
Le carpe dell’Eur agonizzano ma secondo chi conosce bene questa specie ittica ci sono diversi mezzi per salvarle da un’inevitabile moria
Le carpe, che sin dalla costruzione del laghetto per le Olimpiadi di Roma del 1960, abitano uno specchio d’acqua ridotto oggi a poco più di una marrana di colore verde in via di putrefazione, non hanno un valore intrinseco dal punto di vista venale. Il loro colore è di un grigio uniforme, ma non per questo meritano di essere abbandonate al loro destino.

Un ecosistema unico da difendere a tutti i costi
L’intero ecosistema è arricchito anche da una flora unica nel suo genere, come la celebre passeggiata del Giappone che ogni anno a primavera si veste di mille colori.
Come intervenire rapidamente ed evitare che una specie ittica molto resistente e longeva, capace di raggiungere facilmente i 25 anni e in alcuni casi anche di raggiungere i cento, si estingua sotto la calura di una stagione eccezionalmente calda anche per le temperature raggiunte in un bacino poco profondo?
Alcune risposte le fornisce un esperto della materia, Angelo Alegiani, che nel giardino di casa ha un piccolo invaso in cui, da quindici anni, si prende cura di alcune carpe acquistate dagli allevatori specializzati. Pesci che vengono venduti anche su Internet quando sono ancora avannotti di pochi centimetri e che viaggiano per migliaia di chilometri nelle stive dei jet custoditi all’interno di borse d’acqua ossigenata.
Una questione di ossigeno
L’ossigenazione dell’acqua è forse il primo dei fattori chiave cui la società concessionaria del laghetto Eur Spa, al 90% dello Stato e per il restante 10% del Comune di Roma, dovrebbe porre attenzione per evitare che le carpe del laghetto scompaiano definitivamente. Basta la putrefazione a catena di alcuni pesci a produrre ammoniaca, sostanza che rende invivibile l’intero habitat per inquinamento causando decessi a getto continuo.

“Uno dei progetti ipotizzati per arricchire di ossigeno le acque dove le carpe stanno boccheggiando -dice Alegiani- è l’installazione di pompe di ricircolo che, soffiando aria verso l’alto, farebbero in modo di restituire vitalità a una situazione a dir poco inquietante. Il laghetto è un invaso artificiale e le cascate che ne arricchiscono l’aspetto estetico vengono accese solo occasionalmente. Se non si rivitalizza il bacino anche le carpe che sono comunque molto robuste e resistenti potrebbero sparire”.
Inerzia
Per il momento le proposte sono rimaste sul tavolo della società partecipata che gestisce il parco, forse nella speranza che la riduzione della temperatura atmosferica e l’arrivo delle piogge evitino di dover attingere ai bilanci di un’azienda che non sembra certo brillare per disponibilità di cassa.
Esempi virtuosi da copiare del resto ce ne sono. All’ingresso del Bioparco di Villa Borghese lo stesso tipo di pesci gode di un microclima che non è stato intaccato dall’ondata di calore generata dall’alta pressione proveniente dall’Africa. L’acqua, pur essendo verde per il surriscaldamento, non soffre di carenza di ossigeno per la presenza di un getto d’acqua e di piantumazioni che proteggono la vasca con la loro ombra.
“Un altro problema da considerare è la proliferazione delle tartarughe aliene, abbandonate nei laghi artificiali da chi decide di sbarazzarsene come se fossero inutili orpelli -prosegue Alegiani- ma che sono una specie carnivora la quale, non avendo competitor, prolifera depredando l’ambiente circostante e sporcando l’acqua. Queste infestazioni hanno fatto sì che anche nel lago di Nemi le specie ittiche autoctone sono state rimpiazzate con pesci persici importati dall’America”.
Una zuppa di microrganismi nocivi
Le carpe del laghetto dell’Eur, in attesa di contromisure che tardano ad arrivare anche per i costi dell’elettricità necessari a far funzionare le pompe di ossigenazione, languono in una zuppa fatta di microrganismi nocivi e si ammassano nei punti in cui sono abituate a ricevere il mangime con cui vengono costantemente alimentate.
“Se questa situazione inaccettabile dovesse protrarsi il rischio che alla fine le carpe possano morire di anossia per carenza di ossigeno è davvero alto” avverte Alegiani che, intanto, cura con molta attenzione il suo invaso da 7mila litri di capienza che risponde a una serie di requisiti indispensabili ad assicurare ai suoi esemplari condizioni che cambiano anche a seconda delle stagioni.
Parametri da rispettare
“Bisogna stare sempre attenti al rischio di sbalzi di temperatura. All’interno della mia vasca artificiale, per esempio, ci sono anche delle piante che compensano l’ossigeno consumato dalle carpe. La profondità dell’acqua è di un metro e venti centimetri nel rispetto di una legge fisica che limita a un massimo di cinque gradi centigradi l’abbassamento della temperatura durante l’inverno. In questo modo -conclude– le carpe vanno in una sorta di letargo in attesa del ritorno della buona stagione”.
Un auspicio che, al di là dell’impossibilità di aumentare la profondità del laghetto dell’Eur, si rivolge agli esemplari ora sofferenti che vi si trovano e che, in passato, sono stati persino oggetto delle attenzioni dei pescatori di frodo che si nascondevano tra i cespugli limitrofi al grande invaso dominato dal palazzo dell’Eni e da quello del Palasport.



















