Il Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza ha confiscato beni per oltre tre milioni di euro a un’organizzazione criminale attiva in tutte le province del Lazio. Il provvedimento, emesso dalla Corte d’Appello di Roma, colpisce una vera e propria holding spietata, dedita a usura, estorsione e riciclaggio immobiliare.
Le intercettazioni fanno emergere il dramma di imprenditori, avvocati e artigiani, strozzati dai tassi d’interesse della holding dell’usura: nel giro da 16 milioni di euro, il riciclaggio passava dal mattone
La parola “fine” sull’impero economico accumulato da una pericolosa organizzazione malavitosa radicata nel territorio laziale, è stata scritta in queste ore dai militari della Guardia di Finanza.
Su disposizione della Corte di Appello di Roma, i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria – supportati sul campo dai Comandi Provinciali di Viterbo, Rieti, Grosseto, L’Aquila e Sassari – hanno dato esecuzione a un imponente provvedimento di confisca.
Il decreto colpisce in modo definitivo il patrimonio accumulato da un sodalizio criminale i cui vertici sono stati condannati per associazione a delinquere, usura, esercizio abusivo del credito e riciclaggio. Sotto chiave sono finiti 32 immobili, quote di due società , auto e persino un’imbarcazione da diporto, per un valore totale che supera i 3 milioni di euro.
La mappa del ricatto in tutto il Lazio
Le indagini hanno svelato una capillarità territoriale inquietante. La base operativa dell’organizzazione e il raggio d’azione dei suoi sodali non si limitavano alla sola area metropolitana di Roma. Gli affari della rete di usura, si estendevano in modo sistematico anche a tutte le altre province del Lazio, tra cui Viterbo e Rieti, trovando sponde di investimento patrimoniale in aree limitrofe ed extra-regionali.
La rete criminale agganciava le proprie prede ovunque ci fosse un disperato bisogno di liquidità , sfruttando i canali dell’abusivismo finanziario per sostituirsi agli istituti di credito ufficiali.
Le vittime accertate dai finanzieri appartengono a ogni categoria sociale: piccoli imprenditori strangolati dai debiti, ma anche liberi professionisti come avvocati e commercialisti, titolari di bar e semplici operai. Un target trasversale, unito da un unico drammatico denominatore: la temporanea e grave difficoltà economica.
Il metodo della morsa e i tassi record
Il modus operandi del gruppo criminale era strutturato per non lasciare scampo. I prestiti illegali, che nel complesso hanno raggiunto l’astronomica cifra di 16 milioni di euro erogati, venivano concessi con rapidità , ma a condizioni capestro.
Gli investigatori hanno calcolato l’applicazione di tassi d’interesse annui che oscillavano tra il 42% e la cifra folle del 1.400%. Quando le vittime non riuscivano a stare al passo con le scadenze e con i pagamenti delle rate moltiplicate dall’usura, l’organizzazione cambiava passo, ricorrendo a pesanti metodi estorsivi.
Minacce, pressioni psicologiche e ritorsioni fisiche venivano usate regolarmente dai sodali per imporre la restituzione del denaro, costringendo i malcapitati in uno stato di totale assoggettamento e isolamento.
Lo schermo societario e il mattone
Una volta incassati i fiumi di denaro contante provenienti dai tassi usurari, la banda doveva rimettere in circolo i profitti senza destare i sospetti delle autorità . Per fare questo, i criminali avevano messo in piedi un raffinato sistema di lavaggio del denaro sporco.
L’organizzazione si serviva dell’operatività di due società create ad hoc. Attraverso queste sigle commerciali venivano realizzate numerosissime operazioni di compravendita immobiliare. Il meccanismo era semplice ma efficace: i soldi sporchi dell’usura venivano utilizzati per acquistare palazzi e appartamenti, ripulendo i capitali e schermando la reale e illecita provenienza dei fondi.
I segugi della finanza e la condanna
A smantellare questo ingranaggio perfetto sono state le complesse investigazioni della Guardia di Finanza, fatte di lunghi pedinamenti, appostamenti sul territorio e dettagliati rilevamenti fotografici.
Fondamentali sono state anche le risultanze testimoniali fornite dalle numerose vittime che, vinte le resistenze e la paura di ritorsioni, hanno deciso di collaborare attivamente con le forze dell’ordine.
L’inchiesta, inizialmente conclusasi con la denuncia all’Autorità Giudiziaria di ben 15 soggetti e l’arresto immediato di 10 di loro, ha retto al vaglio dei tribunali. Diventate definitive le sentenze di condanna per l’intera associazione a delinquere, lo Stato ha presentato il conto definitivo confiscando l’intero patrimonio accumulato con la sofferenza altrui, restituendo legalità al tessuto economico delle province laziali.

















