Troppi pozzi e con troppi dubbi sulle autorizzazioni, col sospetto di un sistema di “scorciatoie” amministrative che rischia di prosciugare definitivamente il cuore idrico del Lazio. È questo il quadro allarmante ipotizzato dalla denuncia presentata dalle associazioni Salute Ambiente Albano, Latium Vetus e il Comitato di Quartiere Roma 2, che puntano a trascinare davanti alla magistratura i vertici della Città Metropolitana di Roma.
Denuncia alle Procure di Roma e Velletri: autorizzati 66 nuovi pozzi nonostante i divieti. Sotto accusa la gestione delle risorse idriche e il progetto dell’inceneritore
Al centro dell’esposto, che ipotizza reati gravissimi — dal disastro ambientale al falso, fino all’omissione di atti d’ufficio — ci sono i nomi del sindaco metropolitano Roberto Gualtieri, del vice Pierluigi Sanna e di una dirigente.
L’inchiesta: 66 pozzi in zona rossa
Secondo i documenti presentati dai comitati, negli ultimi quattro anni la Città Metropolitana avrebbe autorizzato ben 66 nuovi pozzi in un’area sottoposta a un vincolo di tutela rigidissimo. Dal 16 giugno 2009, infatti, una deliberazione della Giunta Regionale (la n. 445) blocca ogni nuova escavazione, riavvio o modifica dei prelievi idrici in questa zona. Un divieto confermato anche dal recente Piano di Tutela delle Acque del dicembre 2024.
L’area interessata comprende i comuni di Albano (comprese Cecchina e Pavona), Pomezia, Ardea e Ariccia. Qui, colossi industriali, aziende agricole e strutture ricettive avrebbero ottenuto il via libera per attingere direttamente alla falda dei Castelli Romani, un bacino idrico già considerato “al collasso” e da cui dipende la vita stessa dei laghi di Albano e Nemi, i cui livelli sono ai minimi storici.
La “scorciatoia” ritenuta illegale e il nodo inceneritore
Il cuore della polemica riguarda il riuso delle acque. Per legge, la Città Metropolitana avrebbe dovuto obbligare le aziende a utilizzare l’acqua in uscita dai depuratori (come quelli di Albano-Pavona e Ardea-Montagnanello), previa realizzazione delle necessarie condotte.
“Invece di percorrere la strada della sostenibilità — spiegano i promotori della querela — si è scelta la via più breve e dannosa: bucare la falda“.
Ma perché non usare l’acqua dei depuratori? Il sospetto dei comitati è legato al nuovo inceneritore di Roma. Secondo i progetti di Acea, proprio l’acqua del depuratore di Santa Maria in Fornarola (Albano) sarebbe destinata al raffreddamento dell’impianto termovalorizzatore, sottraendo così una risorsa preziosa al riuso industriale e agricolo del territorio.
La mobilitazione popolare
La battaglia legale si sposta ora nelle piazze. I cittadini chiedono chiarezza su quella che definiscono una gestione “drammatica” della risorsa idrica a favore di grandi interessi industriali e a discapito dell’equilibrio ecosistemico locale.
L’appuntamento per la cittadinanza è fissato per sabato 11 aprile alle ore 17:00 presso la Sala Consiliare di Ardea, dove si terrà un’assemblea pubblica per illustrare i dettagli dell’esposto presentato alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti. L’evento sarà trasmesso anche in diretta streaming sui canali social delle associazioni coinvolte.


















