Ostia, non siamo un set cinematografico: siamo una comunità. Sentirsi dare del “malavitoso” per associazione geografica è un’offesa che brucia. C’è un’abitudine dura a morire nei salotti televisivi e nelle redazioni dei giornali: parlare di Ostia solo quando c’è da agitare lo spauracchio della malavita. Per chi guarda da lontano, sembra che il nostro quartiere sia un Far West (il riferimento alla trasmissione tv non è casuale) senza legge, un “covo” dove l’illegalità è la norma.
Riflessione controcorrente dello storico fotografo di cronaca Mino Ippoliti sulla narrazione di Ostia malavitosa che da ieri ha un nuovo sostenitore, il Santo Padre
Concetto ribadito anche domenica dalle parole di Leone XIV in visita a Regina Pacis : il “male”, ha detto, lo «si sperimenta anche qui, a Ostia, dove purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali». Fatta salva la figura autorevole e paterna del Papa, senza essere irriverenti, la verità storica è un’altra, ed è ora che qualcuno la gridi forte.
La rabbia che cresce tra le strade di Ostia non nasce dalla negazione dei problemi — che esistono, come in ogni grande periferia — ma dall’essere diventati il bersaglio preferito del pregiudizio. Quando si parla di noi, si dimentica un dettaglio fondamentale: la stragrande maggioranza di chi vive qui è fatta di persone perbene. Sono cittadini che si svegliano alle 6.00 del mattino per prendere il treno della Roma-Lido (sfidando ogni giorno un’impresa eroica). Alzano le serrande dei negozi con fatica e onestà. Portano i figli al mare o al parco, credendo ancora nella bellezza di questo litorale.
Sentirsi dare del “malavitoso” per associazione geografica è un’offesa che brucia. È una ferita per il pensionato che ha lavorato una vita, per lo studente che cerca un futuro e per l’imprenditore che investe sul territorio. La narrazione mediatica spesso sceglie la via più facile: spettacolarizzare il male e ignorare il bene. Fa più ascolti un servizio sulle “piazze di spaccio” che il racconto di una comunità che resiste, che fa volontariato, che riempie biblioteche e sei teatri, che tiene vive le tradizioni del mare. Non siamo un “caso giudiziario” a cielo aperto. Siamo un quartiere di Roma che chiede solo di essere trattato con rispetto. La nostra indignazione nasce dalla stanchezza di dover sempre giustificare la nostra provenienza.
Dire “Abito a Ostia” non dovrebbe far scattare uno sguardo di sospetto, ma evocare l’immagine del mare, della pineta e di una gente che non si arrende mai.
È ora che i media accendano le luci anche sulla Ostia onesta. Quella che non fa notizia perché non urla, non spara e non minaccia, ma che con il suo lavoro quotidiano è l’unico vero motore di questo territorio.
Mino Ippoliti


















