Non era ubriaco, né sotto effetto di droghe. Ma Flavio Focassati, il camionista che la sera del 4 dicembre 2022 ha travolto e ucciso Alessia Sbal sul Grande Raccordo Anulare, sapeva esattamente cosa stava facendo. È quanto emerge con chiarezza dalle motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma lo ha condannato, lo scorso aprile, a 8 anni di carcere.
Le motivazioni della sentenza a carico del camionista che ha investito e ucciso Alessia Sbal: la fuga perché consapevole
Secondo i giudici, Focassati ha violato ogni regola di prudenza e ha scelto consapevolmente di non verificare la posizione della ragazza prima di ripartire.
Dopo un lieve tamponamento tra la sua autoarticolato e la Fiat Panda guidata da Alessia, i due si erano fermati sulla corsia d’emergenza. Lei aveva già contattato il 112, fornendo la targa del mezzo e posizionandosi proprio davanti al camion, a pochi passi dai fari.
Quando l’uomo si è accorto della chiamata, è salito in cabina e ha rimesso in moto. Alessia ha urlato: “Fermati! Mi sta venendo addosso!”. Poi il silenzio. L’impatto è stato registrato dal cronotachigrafo: il camion rallenta fino a 1 km/h, segno che l’urto c’è stato e si è sentito.
Ma Focassati non si ferma. Percorre 18 chilometri sul GRA, ignorando le segnalazioni di chi lo insegue e i lampeggianti degli automobilisti. Anzi, secondo un testimone, avrebbe addirittura tentato di stringerlo a sinistra per seminarlo. Quando viene infine fermato dalla Polstrada, minimizza tutto: dice di essersi fermato solo per urinare e di non essersi accorto di nulla.
L’imputato era consapevole
I giudici non gli credono. “Non è vero che non ha sentito l’urto – scrivono –. Il rimorchio ha sobbalzato e più testimoni lo hanno notato. La sua fuga, le manovre pericolose e le false giustificazioni dimostrano la piena consapevolezza dell’investimento”.
Anche il tentativo di negare la responsabilità iniziale non regge: la collisione era di poco conto (una calotta dello specchietto persa), ma Focassati non ha lasciato i suoi dati, ne’ ha tentato di aiutare. La sua unica preoccupazione era andarsene.
Per la giustizia, la sua è stata una fuga volontaria e lucida, non un errore. E per questo è stato condannato.
La disperazione della sorella
A battersi per la condanna del camionista in particolare la sorella della vittima, Ilaria Sbal: “E’ risalito sul camion e ripartito passando sopra ad Alessia e poi, come se non bastasse, è fuggito via per chilometri. Noi ci aspettavamo una pena ancora più esemplare. Non c’era solo consapevolezza, noi non abbiamo mai escluso il gesto volontario“.


















