Per dire no alle bombe niente bandiere di partito, nessuna appartenenza politica declamata. Solo la presenza compatta di un quartiere che non vuole piegarsi alla paura. Ieri sera la comunità di Don Bosco e del quadrante est di Roma si è stretta in un abbraccio collettivo lungo via Calpurnio Fiamma e viale San Giovanni Bosco, proprio a due passi dai locali devastati dall’esplosione di lunedì scorso.
L’appuntamento, organizzato dall’Associazione Luce Sia con il grido «No alle bombe», è nato per dare una risposta chiara dopo la catena di ordigni intimidatori che sta scuotendo la periferia della Capitale.
Il presidio, la partecipazione e il tentativo di provocazione

La piazza ha visto una partecipazione trasversale: residenti, comitati, realtà sociali, la Rete degli Studenti Medi e l’associazione Libera.
Non sono mancati i momenti di tensione quando un gruppo di provocatori ha cercato di creare scompiglio e zittire i manifestanti: l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine ha permesso di individuare e allontanare subito i responsabili, consentendo al presidio di proseguire in sicurezza.
“Trovo assurdo che ci sia ancora qualcuno che pensa di poter decidere chi possa scendere in piazza e chi no”, il commento di uno degli organizzatori. “Fortunatamente l’intervento della Polizia ha evitato il peggio, la nostra risposta è decisa: non soccomberemo alla violenza, all’intimidazione e alla paura”.
Le istituzioni: «Presenza dello Stato e cittadinanza attiva»
Presenti al presidio anche i rappresentanti delle istituzioni locali, tra cui il presidente del VII Municipio, Francesco Laddaga: “C’è forte preoccupazione nei nostri quartieri per l’escalation della criminalità organizzata. La gente ha bisogno di sentire vicine le istituzioni e di percepire la presenza dello Stato“.
Un concetto ribadito da Libera e dai coordinamenti studenteschi, che hanno evidenziato come la sicurezza del territorio passi sì da un rafforzamento dei controlli, ma anche dalla difesa degli spazi culturali, aggregativi e delle scuole, per evitare che la criminalità organizzata si insinui nei vuoti lasciati dalla comunità.
La mappa del terrore: otto ordigni in 45 giorni
La manifestazione di ieri si inserisce in un clima di forte apprensione che attraversa la periferia sud-est di Roma. I numeri disegnano una vera e propria mappa del terrore: otto bombe esplose in soli quarantacinque giorni.
L’ultimo episodio risale alla notte di giovedì in via dei Platani, a Centocelle, dove un ordigno ad alto potenziale è esploso davanti all’autosalone Gold Car (già colpito lo scorso novembre), ribaltando un’auto all’interno e devastando la struttura. Una scia partitina ad agosto tra Prato Fiorito, San Basilio, l’Alessandrino e la Casilina, colpendo centri scommesse, concessionarii di lusso ed enoteche.
L’ombra della faida dopo il vuoto nei clan
Dietro questa catena di attentati, secondo le prime ipotesi investigative di Carabinieri e Squadra Mobile coordinati dalla Procura, si celerebbe una guerra per la gestione del territorio scatenata dai recenti blitz giudiziari.
Dopo l’arresto del boss Michele Senese (detto “Michele ‘o pazz”) e la recente decapitazione dei vertici e delle “seconde linee” del clan — da Molisso a Bennato, fino ai bracci armati del narcotraffico —, il territorio si troverebbe senza una guida. Un vuoto di potere che sta spingendo nuove leve criminali a contendersi piazze di spaccio e attività di riciclaggio con metodi brutali e poco strategici.
Mentre gli inquirenti valutano di unificare le inchieste sulle esplosioni in un unico fascicolo, la risposta del territorio è già arrivata: la piazza di Don Bosco ha dimostrato che la cittadinanza attiva non intende cedere il passo alle bombe e ai regolamenti di conti della malavita.
















