Il silenzio dell’aula bunker di Rebibbia è stato rotto dalle parole cariche di tragica lucidità della madre di Mark Antony Samson, il giovane reo confesso del terribile omicidio di Ilaria Sula. La donna, comparsa davanti ai giudici come testimone assistito, ha ripercorso i momenti immediatamente successivi al delitto consumatosi il 25 marzo dello scorso anno nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano di Roma.
La testimonianza della madre di Samson: “Ho avuto paura per il futuro di Mark”
In una ricostruzione interrotta solo da brevi cenni di commozione, la testimone ha descritto le operazioni compiute per eliminare le prove dell’aggressione mortale, ammettendo di aver agito perché mossa da una profonda paura che ha paralizzato ogni suo senso etico di fronte alla gravità dei fatti.
Cosa è successo nella stanza di Samson?
Secondo quanto emerso durante la deposizione, non appena il figlio è uscito dall’abitazione, la donna è entrata nella camera da letto trasformata in scena del crimine. Ha dichiarato di aver visto una quantità impressionante di tracce ematiche e di aver immediatamente iniziato a lavare il pavimento per far sparire ogni segno dell’orrore appena avvenuto.
In quel frangente, la madre ha raccolto lo zaino della vittima che conteneva ancora i vestiti di Ilaria e ha deciso di gettare via tutto, insieme al contenuto del cestino di Mark dove erano stati rinvenuti alcuni preservativi. Ogni gesto compiuto in quei minuti concitati era dettato dalla paura di vedere il figlio finire in carcere, una preoccupazione che ha prevalso sul dovere di allertare i soccorsi o le forze dell’ordine.
L’occultamento del cadavere e la fuga
La ricostruzione dei fatti ha poi toccato il punto più drammatico della vicenda, ovvero l’abbandono del corpo della giovane studentessa. Ilaria Sula era stata colpita con tre fendenti letali al collo e successivamente chiusa all’interno di una valigia.
Il bagaglio era stato poi trasportato fino a un dirupo nella zona di Capranica Prenestina, dove è stato gettato nel tentativo di far perdere per sempre le tracce della ragazza. La donna ha confermato di aver partecipato attivamente a queste fasi, spiegando ai magistrati che in quel momento non riusciva a riflettere sulla gravità delle proprie azioni poiché la paura delle conseguenze legali per il nucleo familiare era diventata l’unico pensiero dominante.
Il patteggiamento e il dolore della famiglia Sula
Per il suo ruolo nella gestione del post-omicidio, la donna ha scelto la strada del patteggiamento, concordando una pena a due anni di reclusione per il reato di concorso in occultamento di cadavere, con l’aggravante del nesso teleologico. Durante l’udienza, ha rivolto un pensiero ai genitori della vittima, chiedendo perdono per quanto accaduto ma ribadendo la sua versione difensiva. Nell’ammissione dei fatti, tutto l’istinto di protezione di una madre che ha avuto il sopravvento, pur nella consapevolezza della perdita di una giovane vita.
Le reazioni alle dichiarazioni in aula
Le parole pronunciate a Rebibbia hanno suscitato una forte reazione emotiva tra i presenti, delineando un quadro di totale assenza di collaborazione con la giustizia nelle ore cruciali successive alla morte di Ilaria. La dinamica dei fatti presentata oggi conferma la tesi dell’accusa sulla premeditazione del tentativo di depistaggio, organizzato in modo sistematico tra le mura domestiche.
La sentenza di patteggiamento chiude un capitolo processuale per la madre del reo confesso, che lascia aperta la ferita di una comunità che ancora fatica a comprendere come la paura possa giustificare la cancellazione metodica delle tracce di un femminicidio così violento.

















