Non era una semplice riserva idrica, né una vasca di compensazione da svuotare all’occorrenza. Era, ed è, il cuore pulsante di un Parco Naturale Regionale protetto dall’Europa. Eppure, nel 2017, il Lago di Bracciano è stato ridotto ai minimi termini, subendo un abbassamento del livello tale da compromettere gravemente l’intero ecosistema. Di quel “collasso” ambientale si sta discutendo ora nelle aule del Tribunale di Civitavecchia, dove Paolo Tolmino Saccani, all’epoca amministratore delegato di Acea Ato 2, è salito sul banco degli imputati per rispondere di un disastro che ha segnato la storia recente del territorio laziale.
Paolo Saccani incalzato dai legali del Comitato Difesa Lago di Bracciano: “Trattato come una piscina e non come un ecosistema protetto”
Per capire l’importanza di questo processo, bisogna tornare indietro di nove anni. In quell’anno, una siccità prolungata unita a un prelievo massiccio di acqua da parte di Acea portò il lago di Bracciano a livelli storici di sofferenza.
Le spiagge si allungarono a dismisura, la fauna e la flora lacustre iniziarono a morire e le comunità locali insorsero. Quella che doveva essere una gestione prudente di una risorsa pubblica divenne, secondo l’accusa condotta dal Pubblico Ministero Delio Spagnolo, un esempio di cattiva programmazione che ignorò i campanelli d’allarme ambientali pur di garantire il flusso idrico verso la Capitale.
La testimonianza dell’imputato e la tesi della “piscina”
Durante l’ultima udienza, il confronto tra le parti si è fatto serrato. Paolo Saccani ha dovuto rispondere alle domande dei legali del Comitato Difesa Lago di Bracciano, che si è costituito parte civile nel processo. Il punto centrale delle contestazioni riguarda la visione stessa del bacino lacustre: i tecnici di Acea si sarebbero mossi seguendo logiche puramente idrauliche.
In altre parole, l’azienda avrebbe gestito il lago come se fosse un serbatoio artificiale o una piscina, dimenticando che si tratta di un organismo vivo inserito nel Parco Naturale Regionale di Bracciano-Martignano. Questa presunta miopia gestionale avrebbe portato a sottovalutare l’impatto devastante che il calo dell’acqua avrebbe avuto sulle specie protette e sull’equilibrio naturale del sito.
La battaglia sui numeri: il limite invalicabile
Uno dei momenti più critici della deposizione ha riguardato il rispetto della concessione originaria. Esiste un limite fisico, fissato a 161,90 metri sul livello del mare, sotto il quale i prelievi non dovrebbero scendere per non compromettere la stabilità del bacino.
I legali delle parti civili hanno incalzato l’ex AD proprio su questo dato, ricordando che sia il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche sia la Corte di Cassazione hanno già sancito in altre sedi che tale limite era vigente e che, purtroppo, è stato ampiamente superato durante la gestione Saccani.
L’accusa sostiene che non si sia trattato di un errore tecnico imprevedibile, ma di una scelta operativa effettuata in assenza di una programmazione idrica che considerasse la delicatezza dell’ecosistema.
Verso la sentenza: un intero CdA a giudizio
Il processo non riguarda solo l’ex amministratore delegato; le indagini hanno portato al rinvio a giudizio dell’intero Consiglio di Amministrazione di Acea Ato 2 in carica nel 2017. È un segnale forte sulla responsabilità dei vertici aziendali nella gestione dei beni comuni.
Dopo la deposizione di Saccani, il calendario processuale si sposta al prossimo 24 marzo, quando verranno ascoltati gli altri imputati e inizieranno a sfilare i testimoni della difesa. L’obiettivo delle comunità locali e delle associazioni ambientaliste resta quello di ottenere giustizia per un danno che, sebbene in parte rientrato visivamente, ha lasciato cicatrici profonde nella biodiversità di uno dei laghi più belli e importanti d’Italia.


















