Scene di bullismo che si ripetono ai Parchi della Colombo dell’Infernetto: “Ma alcuni genitori stanno a guardare”

Scene di bullismo che si ripetono ai Parchi della Colombo all’Infernetto, tra versioni contraddittorie emergono forti dubbi sulla capacità di alcuni adulti di educare i propri figli

Immagine di repertorio

Scene di bullismo che si ripetono. Una domenica come tante in una zona molto frequentata nel quartiere residenziale dell’infernetto. Quella dei Parchi della Colombo dove i fast food e una vasta zona di prato verde fanno da calamita alle famigliole che portano i ragazzini a giocare tra un panino e un pacchetto di patatine e l’altro.

Scene di bullismo che si ripetono ai Parchi della Colombo all’Infernetto, tra versioni contraddittorie emergono forti dubbi sulla capacità di alcuni adulti di educare i propri figli

Peccato che la situazione di apparente tranquillità di domenica 16 novembre scorso sia degenerata, complice il buio delle giornate più corte dell’anno, in una situazione disdicevole a causa di alcuni litigi tra teenager conclusisi per fortuna senza gravi conseguenze. Episodi che, secondo alcuni testimoni, si sarebbero però verificati di fronte a genitori capaci di non schierarsi dalla parte di chi, evidentemente stava sbagliando.

Come accade tutte le volte in cui i fatti riportati sono suscettibili di interpretazioni contraddittorie secondo alcuni tutto sarebbe iniziato quando un gruppo di ragazzini che stavano tirando quattro calci al pallone hanno visto avvicinarsi un gruppo di ragazzi più grandi.

Alcuni adolescenti tra i 14 e i 15 anni che, dopo aver chiesto di potersi aggiungere alla partitella, avrebbero cambiato improvvisamente atteggiamento e preso di mira un ragazzino di 10 anni schiaffeggiandolo perché secondo loro di colore. L’intervento tempestivo di alcuni genitori avrebbe provocato il fuggi-fuggi generale e costretto gli aggressori a darsela a gambe.

Un’aggressione con body shaming

Ma a tre giorni di distanza arriva puntuale in Rete una versione completamente diversa. Il ragazzo ritenuto responsabile del gesto esecrabile e discriminatorio ai danni del più piccolo dell’altro gruppo, non sarebbe stato uno degli aggressori poi scappati nel buio, bensì il bersaglio di un comportamento di ‘body shaming’.

Apostrofato e insultato per primo con l’appellativo di ‘ciccione’ avrebbe sì reagito male per la provocazione, ma non si sarebbe affatto dileguato nel buio insieme al branco di cui alcuni sostenevano facesse parte.

Tutto il contrario. Rimasto insieme agli amici dove tutto era appena accaduto avrebbe subito, oltre al danno, anche la beffa di fronte al più piccolo che, dopo averlo insultato si sarebbe fatto forte della presenza dei genitori che, invece di richiamarlo, ne avrebbero addirittura preso le difese rendendo se possibile tutta la situazione peggiore.

Difficile sapere come siano andate realmente le cose. Quel che è certo è che la stessa ricostruzione dei fatti, a distanza di così tanti giorni non sia ancora chiara.

Senza esprimere giudizi su ciò che è ancora ammantato da critiche e pesanti botta e risposta rimbalzati sulle chat di quartiere, non c’è dubbio che in moltissime situazioni si stia perdendo la distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male o più precisamente su ciò che un tempo non molto lontano sarebbe stato considerato surreale. Magari con qualche rimprovero da parte di chi non dovrebbe avere certo dubbi su come impartire un’educazione degna di questo nome