Omicidio Mollicone, la figlia del brigadiere Tuzi riapre il caso del padre: “Non si è suicidato”

Nuove analisi sulla pistola, e consulenti incaricati in autonomia da Maria Tuzi nel processo d'Appello bis sull'omicidio Mollicone: "Abbiamo elementi mai emersi"

Al termine dell’udienza del processo d’Appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, Maria Tuzi – figlia del brigadiere Santino Tuzi – ha rilasciato dichiarazioni che hanno riacceso l’attenzione su uno dei nodi più controversi dell’intera vicenda: la morte del padre, avvenuta nel 2008 e da sempre catalogata come suicidio.

Nuove analisi sulla pistola, e consulenti incaricati in autonomia da Maria Tuzi nel processo d’Appello bis sull’omicidio Mollicone: “Abbiamo elementi mai emersi”

Per Maria e la sua famiglia si è riaperta la possibilità di riaprire questo capitolo doloroso e mai realmente chiarito, con l’annuncio di aver avviato nuove verifiche in autonomia, in particolare l’affidamento di accertamenti tecnici a un perito balistico e la ricerca di ulteriori specialisti, tra cui un medico legale e una grafologa, per analizzare materiali già acquisiti nel corso degli anni.

Pera la figlia del brigadiere Tuzi, il padre non si è suicidato. Convinzione che lei stessa ha ribadito, ancora una volta, non credendo alla ricostruzione ufficiale secondo cui il padre si sarebbe tolto la vita.

Le motivazioni che pone alla base dei dubbi sono personali e familiari: Santino Tuzi era appena diventato nonno e, secondo la figlia, era profondamente legato al nipote, al punto da commuoversi nel momento in cui lo aveva preso in braccio.

Per questo, Maria sostiene che non vi fosse alcun motivo passionale o emotivo tale da giustificare un gesto estremo. La sua convinzione è che vi siano particolari – ora oggetto di nuove analisi tecniche – che non conducono alla pista del suicidio, ma che richiedono ulteriori approfondimenti.

La testimonianza chiave di Tersigni: Tuzi gli confidò di aver visto Serena Mollicone entrare in caserma

Uno dei passaggi centrali dell’udienza poi, è stato l’ammissione al processo della testimonianza di Gabriele Tersigni, carabiniere e amico del brigadiere Tuzi. Fu proprio a lui che, prima di morire, Tuzi aveva confidato di aver visto Serena Mollicone entrare nella caserma di Arce il 1° giugno 2001, lo stesso giorno in cui, secondo la ricostruzione della procura, si ritiene che la giovane sia stata uccisa.

Tersigni, ascoltando quelle confidenze non come superiore ma come amico, avrebbe poi riferito dettagli considerati coerenti con gli abiti che Serena indossava quando fu ritrovata senza vita, e dunque la sua testimonianza è stata per questo ritenuta rilevante dalla Corte, nella ricostruzione dei movimenti della ragazza.

Il processo d’Appello bis e l’evoluzione del quadro giudiziario

Il processo d’Appello bis è iniziato dopo che la Cassazione ha annullato la precedente assoluzione dei tre imputati: l’ex comandante della Stazione dei Carabinieri di Arce, Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie Anna Maria.

La terza sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma ha ammesso diversi testimoni e consulenti per ricostruire il possibile ingresso di Serena in caserma. Saranno ora esaminate anche intercettazioni ambientali e telefoniche del 2008, mentre restano centrali gli interrogativi legati alla porta danneggiata nell’alloggio della caserma, la cui rottura – secondo una superperizia – potrebbe essere compatibile con il trauma riportato dalla vittima.