Ecco le istruzioni su uso e conservazione del vaccino Covid Pfizer

Distribuite negli ospedali le Linee guida con le istruzioni per il vaccino destinata a medici e infermieri

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L’Agenzia Europea del Farmaco ha approvato oggi, 21 dicembre, il vaccino Pfizer. L’EMA ha certificato la sicurezza del prodotto:ora il farmaco potrà essere iniettato ai cittadini europei.

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Ma come funziona il cosiddetto “vaccino che venne dal gelo”, così ribattezzato vista la necessità di conservarlo a meno 70 gradi?

L’antidoto, spiegano le Linee guida delle società scientifiche dei farmacisti diffuse negli ospedali italiani, deve essere mantenuto all’interno di speciali crio-congelatori, per un massimo di sei mesi.

Per separare le dosi da iniettare potranno essere utilizzati i contenitori termici distribuiti dalla stessa Pfizer – più piccoli – progettati per mantenere le condizioni di conservazione raccomandate (-70°C ± 1°C) fino a 10 giorni, all’interno dei quali dovrà essere prima inserito del ghiaccio secco.  Ogni contenitore è dotato di un sensore termico con Gps per monitorare la posizione e la temperatura di ciascuna spedizione di vaccini 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana.

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Il vaccino potrà essere conservato anche all’interno di normali frigoriferi, ma soltanto per 5 giorni.

Il programma di immunizzazione prevede la somministrazione di due dosi di vaccino a 21 giorni di distanza.

Il farmaco – prodotto dal colosso Usa Pfizer e dall’azienda tedesca BioNTech – utilizza un metodo innovativo: l’Rna messaggero (mRna). Si tratta dello stesso metodo utilizzato nel vaccino firmato Moderna, a differenza di quello europeo prodotto da AstraZeneca e dalla Irbm di Pomezia, che usa invece quello tradizionale del vettore virale.

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Quali sono i componenti del vaccino Pfizer, dalle istruzioni inviate agli ospedali italiani

Una scelta, quella di utilizzare l’Rna, dettata dall’esigenza di riuscire a produrre vaccini in breve tempo, pur ottenendo un’ottimale risposta immunitaria.

L’mRna infatti controlla la produzione della famosa proteina Spike: trasporta infatti le istruzioni genetiche per indurre le cellule a produrre tale proteina, in minuscoli frammenti di lipidi.

Si tratta di un modo finalizzato a far sì che il sistema immunitario della persona in cui viene iniettato il vaccino riconosca la proteina Spike. Quando questo avviene le difese dell’organismo stimolano la produzione di cellule B, che producono anticorpi, e di cellule T, specializzate nel distruggere le cellule infette.

“I vaccini sono spesso basati su proteine virali, che vengono iniettate nel paziente per indurre una risposta immunitaria. La Pfizer ha invece preso una scorciatoia“, spiega Roberto Burioni, virologo, immunologo e professore presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

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“Nelle cellule del paziente infatti – sottolinea Burioni – viene iniettato direttamente l’RNA messaggero che codifica per la principale proteina del coronavirus, la chiave falsa con la quale il virus entra nelle nostre cellule”.

“I ribosomi la trovano, credono che sia un ordine che arriva dal DNA e sintetizzano la proteina del virus, che entrando in circolo viene riconosciuta dal nostro sistema immunitario come estranea e aggredita. Questo porta alla produzione di anticorpi contro questa proteina che vengono detti neutralizzanti”, conclude il noto virologo italiano.

redazione@canaledieci.it

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